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STRESS TEST

STRESSOR TEST: CAUSE, ORIGINI E SOLLECITAZIONI

STRESS_OR TEST: CAUSE, ORIGINI E SOLLECITAZIONI

Se c’è soluzione perché ti preoccupi? Se non c’è soluzione perché ti preoccupi?
(Aristotele)

In un tourbillon di eventi significativi i mercati sembrano rispondere con un atteggiamento anestetizzato, dove prevalgono repliche in cui emerge l’inerzia. L’anestetico è nebulizzato da stress test annacquati, da soluzioni mitigate dalle banche centrali, dalla lunga ombra delle presidenziali americane, dalla negazione  di lasciare che il mercato trovi nuovi equilibri da cui ripartire.

Nell’ultimo ciclo di espansione economica, la crescita è stata strutturalmente debole in tutte le aree del globo. Ciò nonostante gli attivi americani si sono apprezzati  aggiornando via via nuovi massimi storici, l’ultimo dei quali fissato proprio lo scorso venerdì  in coincidenza con la pubblicazione di un dato che palesa un nuovo rallentamento della crescita. L’Europa, fatta eccezione per la Germania,  è rimasta intrappolata nel suo esteso ciclo ventennale laterale, mentre gli emergenti hanno segnato il passo durante la lunga moderazione maturata dalla decrescita cinese a partire dal 2008.

All’interno di questo quadro vi sono vicende regionali che accentuano l’inerzia di cui sopra. La Grecia è stata annientata sia sotto il profilo economico che sociale; altri paesi mediterranei hanno sostenuto un consolidamento fiscale senza eguali. L’Italia dopo l’attacco speculativo subito dai propri partner europei, ha  patito una riduzione del Pil nell’ordine di 10 punti (in percentuale) dall’avvio della grande recessione del 2007, mentre ha ridimensionato la forza industriale di almeno 20 punti.  Sia chiaro questo processo ha origini ben precise e non nasce a causa di Brexit o qualsiasi altro evento simile.

La crisi del nostro Paese e con esso delle banche nasce e si sviluppa a causa della perdita progressiva di competitività del sistema. Sono anni che denuncio il problema con ripetuta ciclicità. Ora il Fondo Monetario Internazionale  ammette che il malessere dell’Italia  è correlato alla perdita di competitività legata all’appartenenza ad un sistema monetario rigido per un paese poco virtuoso.

ITALY - Rebase REAL HARMONISED COMPETITIVENESS INDICATOR B
EUROZONE: REAL HARMONISED COMPETITIVENESS INDICATOR

Le sofferenze delle banche, come ho scritto qualche settimana fa, non sono il semplice prodotto delle perversioni  relazionali, non che non vi siano, derivano da una lunga teoria che contrappone alla strisciante decrescita un’inversamente correlata crescita del debito. In un precedente report ho pubblicato come riprova di questo rapporto perverso l’andamento di Target 2, il quale costituisce il sistema europeo di trasferimenti di fondi  interbancari con lo scopo di bilanciare gli squilibri della bilancia dei pagamenti dei paesi membri. Appare evidente dalla lettura del grafico,  la contrapposizione del surplus tedesco verso le aree periferiche; l’Italia , come la Spagna, vedono nuovamente riaprirsi il loro disavanzo esattamente come nel mese di aprile del 2012. Con una mano la Germania ha messo sotto pressione il debito pubblico italiano, con l’altra ne ha beneficiato aumentando il proprio surplus., il resto è storia.

Current account - EUROSYSTEM TARGET 2 balance
EUROSYSTEM TARGET 2

Nell’inerzia di cui abbiamo parlato sopra,  Rishi Goyal , capo missione per l’Italia del FMI, dichiara in uno studio che il Pil italiano è destinato ad illanguidire per altri dieci anni, meglio, per recuperare la perdita del Pil accumulata dal 2007 ci vorranno almeno 10 anni.

Per cui c’è da temere che altri crediti si tradurranno in nuove sofferenze.

A ciò si aggiunga la struttura industriale delle banche: la loro organizzazione territoriale molto diffusa, risulta obsoleta alla luce dei cambiamenti che la tecnologia ha portato nelle abitudini operative della clientela. Rispetto a 15/20 anni fa sono molto meno le persone che si recano fisicamente in una agenzia per fare operazioni. La rete si è progressivamente sostituita allo sportello fisico, con elevati standard di efficienza produttiva.  Per cui oltre agli oneri delle sofferenze si dovranno aggiungere quelli di ristrutturazione del modello industriale. La politica monetaria del QE morde anch’essa infine sul conto economico.

Da qui le ragioni per cui nessuno desidera mettere soldi in un settore che sta iniziando ora ad affrontare i problemi.

Da qui l’idea che nonostante i prezzi esposti in borsa siano molto bassi non costituiscano ancora delle opportunità.  In questa fase il mercato teme e prezza di più i rischi rispetto alle prime.

Il  FTSE Mib, notoriamente sbilanciato sulle banche in termini di ponderazione, soffre e non riesce ad oltrepassare le resistenze più significative che si contrappongono al recupero.  Lo scorso anno, mentre la maggior parte dei gestori istituzionali mettevano al primo posto nelle loro scelte d’investimento l’azionario Italia (dicembre 2015), noi ponevano seri dubbi sulla sostenibilità dei prezzi declinando un’Outlook negativo. In primavera abbiamo stimato rischi che potevano riportare i prezzi nel medio periodo sino a rivedere i minimi del 2012. Sono trascorsi quattro anni dal minimo del 25 luglio, 12.295,  i fondamentali sono peggiorati, alcune aziende con ruoli strategici o, quantomeno di rilevanza nazionale, nel frattempo sono passate sotto controlli stranieri, francesi, cinesi, tedeschi, altre rischiano di farlo.  Ciò detto rimangono ancora molte eccellenze nel nostro piccolo mercato azionario, in particolare nel segmento delle Mid Cap,  perle che di questo passo rischiano di essere sottoposte al presidio di “slow food” .

Tecnicamente l’Eurozona rimane ancora inserita in un contesto negativo che rischia di essere inasprito da eventuali ritorno dei prezzi sotto l’area 10.000 per il Dax, 2890/80 per l’Eurostoxx 50, 16000 per il FTSE Mib.

In generale osservando lo Stoxx 600 il punto più critico da mettere a fuoco in termini strategici e simbolici, rimane il minimo segnato in area 307 dopo l’esito del referendum su Brexit.

In tutto questo periodo il mercato americano è rimasto inerte alle evoluzioni del vecchio continente.  L’indice S&P 500 dopo aver fissati nuovi massimi storici si è fermato in una terra di nessuno. Siamo in molti ad attendere quantomeno un test di area 2100 prima di prendere posizione. Il test è significativo in quanto ratifica o meno il recente apprezzamento dei corsi aprendo una nuova stagione di rialzi ( target 2230/50) oppure, in assenza di un contenimento dei realizzi a 2100, un ritorno delle vendite più deciso. In altre parole si teme una bull-trap.  Gli utili non sono più entusiasmanti, le vendite, il fatturato, decrescono in molti casi, mentre i multipli sono significativamente elevati.  Molti indici hanno oltrepassato soglie di resistenza  importanti per cui vorremmo che si completasse un collaudo di tali break up prima di ponderare una prospettiva direzionale.

Anche il comparto degli emergenti sta costruendo un segnale incoraggiante; al momento appare un recupero delle debolezze che si sono sommate tra lo scorso anno e gli inizi del 2016. Il segnale contrasta tuttavia con un ritorno alla debolezza delle commodity a partire dall’atteso ribasso del petrolio dopo il test di 52 usd/bar.  Il Baltic Dry Index ritorna sui minimi storici segno inequivocabile di un ulteriore rallentamento dei commerci.

Ciò che in varie misure impietrisce è la risposta che dà allo scenario descritto il mercato dei bonds: il rendimento sul 10 anni USA,  come atteso,  è ritornato a flettere dopo il test dell’area 1,60/65 dove avevamo fissato il punto di controllo per la tendenza riflessiva. La ripresa del ribasso che ci consente di confermare le nostre attese per una flessione verso area 1,30/1.10, taglia le gambe all’iniziativa sull’azionario.

Il dollaro invece, subisce marginalmente la revisione al ribasso del GDP ed il contestuale ridimensionamento delle attese per il rialzo dei tassi. In realtà credo che fossero rimasti in pochi a pensare che la Fed potesse alzare i tassi nell’anno in corso. Noi ci siamo espressi per un ritorno a politiche restrittive non prima della seconda metà  del 2017. In ogni caso l’eur usd si è apprezzato fino a lambire area 1,12. Il range di breve termine rimane comunque sempre lo stesso:  1.13 nella parte alta, 1.0950 in quella inferiore; il trend continua a convalidare una visione neutra a breve con propensione al ribasso per l’euro nel medio.

Segnali di altrettanta avversione provengono invece dalla lettura del cambio usd jpy:  le contrattazioni sono scivolate nuovamente sino a lambire l’area più che psicologica 100 usd/jpy. La BoJ cercherà di difendere a tutti i costi tale livello in quanto un ‘eventuale rottura causerebbe problemi significativi alla politica di allentamento monetario della banca centrale giapponese e suonerebbe come un ulteriore allarme per i mercati.

 

WB ANALYTICS: BORSA ITALIANA FTSE MIB
WB ANALYTICS: BORSA ITALIANA FTSE MIB

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LA GEOPOLITICA : GEO PSICOSI

LA GEOPOLITICA : GEO PSICOSI
Putsch, Elezioni, Referendum

WB_PERSPECTIVES _LUGLIO 18 2016

Agli inizi del 2000 ho elaborato una tesi in cui la stagnazione globale avrebbe preoccupato il mondo per il ventennio successivo. Il RumblingWorld  ha rappresentato nel mio lavoro professionale il filo rosso lungo il quale interpolare la rappresentazione di cicli contrapposti  in questo lungo ventennio. In effetti osservando l’andamento del MSCI World Index la rappresentazione del suo andamento risulta  allineata all’idea di un super ciclo laterale in cui periodi di espansione si contrappongono a fasi di recessione.

MSCI WORLD RUMBLINGWORLD
MSCI WORLD RUMBLINGWORLD

La stagnazione secolare che ha dominato in questo tempo, ha creato i presupposti per un sconvolgimento degli equilibri economici e politici determinando il disordine globale.  Le relazioni tra la geografia fisica, la geografia umana e l’azione politica, in pratica la geopolitica,  si sono violentemente imposte sul processo di una globalizzazione fin troppo spinta. L’accelerazione delle interrelazioni tra sistemi economici, sociali, culturali e tecnologici, ovvero tra oriente ed occidente, è avvenuta senza un’adeguata preparazione delle economie avanzate verso quelle emergenti. Ciò ha prodotto una forza Schumpeteriana distruttrice solo in parte costruttiva allo stato. Il principio di economia dinamica elaborato da Schumpeter  si basa su equilibri economici adattivi combinati sulla mutevole domanda dei consumatori. In realtà la mutevole domanda è a sua volta determinata dalle innovazioni tecnologiche, le quali  aprono nuovi mercati, cambiano le modalità organizzative della produzione, incentivano nuovi investimenti che dipendono in gran parte dalla disponibilità del credito.

Le banche centrali, come fa notare Bill Gross, hanno cercato di sostituirsi agli squilibri che si sono generati con politiche inedite di allentamento monetario al punto da spingere oggi a rendimenti negativi  oltre 13 trilioni di dollari di bond nel mondo. Gran parte di questi bond sono quotati tra l’Europa continentale ed il Giappone, le due aree che maggiormente soffrono di stagnazione.

Le borse di questi paesi sono tutte in negativo nell’ultimo anno, mentre quelle anglosassoni  mettono in evidenza bilanci parzialmente positivi.

Per tutti gli indici invece si rilevano volumi in contrazione con evidenti spike nelle giornate di sell_off.

S&P500 VS EPS - STANDARD AND POORS'' 500 COMPOSITE - 12M AS REPORTED EPS United States
S&P 500 COMPOSITE – 12M AS REPORTED EPS

E’ evidente il livello di tensione che i mercati incorporano nelle loro valutazioni basate gran parte sul rischio sistemico. Da un lato sono pressoché minime le alternative che si oppongono all’equity, dall’altro i prezzi  sono inquinati dalla patina  stratificata del QE.   Alla fine tutti i giochi fanno riferimento allo Standard & Poor 500 per le condizioni sistemiche, ai singoli mercati per i rischi periferici. Finora si sono intensificati quest’ultimi, mentre l’S&P 500 nonostante una minore partecipazione degli attori al rialzo è salito oltre il tetto dei precedenti massimi.

Vista la scarsa partecipazione al rialzo ci si interroga sulla credibilità del movimento.  E’ verosimile ritenere che molti operatori vogliano attendere una verifica dei precedenti massimi violati, ovvero 2130/25, prima di allinearsi al rally consapevoli che il punto cardine che supporta effettivamente il rally quota in area 2110. Ritorni sotto questo livello comprometterebbero la scalata dei prezzi verso 2230/50. L’evento inoltre taglierebbe le gambe alla reazione che i periferici europei stanno costruendo in attesa degli stress test sulle banche vigilate dalla BCE.

In altri termini il grande punto di riferimento sistemico per i mercati azionari potrebbe coincidere con  i comportamenti  dell’S&P 500 qualora decida, come pensiamo, di avviare anch’esso un test dell’area 2110.

Nel gioco del  Risk_On/Risk_Off ,  gli strumenti  di avversione al rischio (bond globali), hanno anch’essi aggiornato i massimi storici; in queste ultime ore sono impegnati in una ritirata tattica. Tuttavia la permanenza del 10 anni US sotto 1.65% mantiene aperto il gioco dal quale non escludiamo la partecipazione diretta dei vigilantes centrali proprio in coincidenza con i punti cruciali.

 

WB>ANALYTICS U.S. 10 Y
WB>ANALYTICS U.S. 10 Y: gli effetti dell’avversione al rischio determinati dalla Geopolitica sui tassi

 

WB>ANALYTICS S&P 500
WB>ANALYTICS S&P 500

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ALLA RICERCA DI BENI RIFUGIO

I MERCATI REAGISCONO MA CERCANO ANCORA BENI RIFUGIO

Ancora una volta l’Italia è sotto assedio. I demeriti sono molti, ma le radici della crisi affondano sulla decrescita infelice del sistema produttivo per acclamata perdita di competitività in corso dal 2000. E se l’Italia è sotto assedio i mercati soffrono. Soffre la super panzer division DB, che negli hanni ha meritatamente assunto la leadership deviata di hedge bank. Se così stanno le cose come può una parte del mercato fare finta che nel cuore del mondo occidentale non succede nulla? Per essere più espliciti, come fa Wall Street rimanere inerte di fronte al massacro che vive l’Europa. Brexit, banche, referendum vari, elezioni da rifare perché non condotte originariamente in modo corretto, cosa pensano quelli della grande scommessa? Sugli indici azionari europei c’è poco da dire, sono tutti ormai allineati sopra livelli nuovamente critici, la loro violazione li riporterebbe dritti ai minimi del 2012. Ma cosa dire dell’S&P 500 sui massimi di sempre? E’ vero, sono mesi che l’indice lotta con l’area 2100/2130, prima manifestando chiari segnali distributivi, poi sul finale recuperando al punto da voler mettere sottosopra il fronte distributivo in nuova accumulazione.  C’è da crederci? Per una risposta più completa è meglio cominciare dalla parte lunga della curva dei rendimenti americani. Il 10 anni US sta scendendo sino a manifestare l’intenzione di voler andare sotto l’1%. Mentre l’indice è ai massimi, i rendimenti esprimono i minimi inferiori persino alla crisi del 2008. Non è un gran bel segnale: rappresenta una corsa verso il fly to quality. L’oro sale, è in resistenza, ma al di là di temporanee prese di beneficio sembra che abbia le potenzialità una volta violata l’area 1360 di andare ben oltre 1400 usd/oz, come sostiene Jeff Gundlach fondatore di Doubleline Capital in un’intervista a Bloomberg.

WB>ANALYTICS: NYSE DEBIT BALANCES IN MARGIN ACCOUNTS
WB>ANALYTICS: NYSE MARGIN DEBT

Inoltre l’indice Margin Debt al Nyse fa segnare una nuova contrazione a maggio (non sono ancora pubblici i dati di giugno), evidenziando un framework che tende ad imprimere ulteriori flessioni ai volumi negoziati a leva. Per controprova i prezzi dell’S&P 500 hanno reagito ad ogni singola notizia negativa recuperando velocemente momentum al punto che oggi quota 2030/2000 costituisce la prima linea di difesa dell’indice su cui gli algotrader hanno gioco facile. L’indice Vix ha ampliato la sua gamma di oscillazione fissando un range tra area 12 e 25: le fluttuazioni all’interno di questa fascia non alterano le condizioni di fondo. In sintesi: rendimenti in discesa, Fed sulla difensiva intenzionata a non mettere mano ai tassi, secondo noi, sino alla fine del 2017, rappresentano sempre segnali di allerta; di converso area 2030/2000 per il momento rassicura i mercati, come pure la permanenza della volatilità sotto quota 25 (Vix). Qualcuno potrebbe pensare che anche il NYSE sia entrato nella gamma dei beni rifugio. L’estate è lunga e nella trilogia tedesca alla fine anche gli dei cadono.

 

 

WB>ANALYTICS: STANDARD & POOR 500 versus VIX
WB>ANALYTICS: STANDARD & POOR 500 versus VIX

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money2

BANCHE-SHOCK

Quali shock  di mercato possono portare le banche?

Mentre lo sguardo continua a fissare attonito i quotes delle banche che passano nel monitor, i pensieri corrono nella memoria del D Day il giorno di Lehman Brother. Ci sarà anche in questa occasione la vittima sacrificale predefinita?

EUROPE - EUROPEAN BANK SECTOR
WB> ANALYTICS: EUROPE – EUROPEAN BANK SECTOR

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Gioconda

TURMOIL NEI MERCATI

Nei mesi precedenti abbiamo allertato in più occasione l’attenzione dei nostri followers sui potenziali rischi di Turmoil che i mercati  stavano accumulando.
Purtroppo le vicende che si stanno alternando in questi giorni tra le varie piazze accredita l’Outlook previsto.

L’Italia purtroppo continua a rappresentare l’anello debole della struttura sistemica. E’ inutile guardare altrove. Brexit centra ben poco con i problemi che hanno accumulato le nostre banche. Le sofferenze provengono da lontano e sottendono ad un problema ancor più serio: la perdita progressiva di competitività del manifatturiero. Il gap tra l’Italia e la Germania non si è mai chiuso nonostante il rigore imposto al Paese. Noi stimiamo che il delta quoti oggi un ampiezza prossima al 25%.  In un ambiente in cui prevalgono stagnazione globale, crisi finanziarie disseminate in più parti del mondo, austerity economica e rigore fiscale, essere penalizzati anche da una perdita di competitività non può che nuocere all’intero sistema.

Harmonised Competitiveness Indicator
Economics International historical source European Central Bank, Harmonised Competitiveness Indicator

Gli interventi necessari ed irrinunciabili sulle banche non eliminano il problema di fondo.

Brexit ed in generale il voto popolare (facciamo tutti parte del popolo) piacenti o meno mettono a nudo gli effetti degli squilibri che toccano direttamente ogni singola opinione.
Nei prossimi mesi altri cittadini saranno chiamati ad esprimere il loro giudizio a partire dalle ri-votazioni in Austria, per proseguire in Italia, nel 2017 in Francia, Olanda e Germania.

La Banca Centrale gestirà questo percorso difendendo con il suo braccio operativo, il QE, la volatilità degli spread governativi,  cercherà di salvaguardare il sistema, ma alla fine dovrà concedere ai mercati un nuovo riequilibrio dei tassi di cambio.

L’euro da una anno a questa parte, nell’era del QE operativo, ha stabilizzato le proprie oscillazioni all’interno di un ampio range: 1.06/1.16 eur usd.

Noi siamo convinti che questa banda di oscillazione abbia una permanenza momentanea e che sia propedeutica ad un nuovo ridimensionamento del cambio. Abbiamo da tempo indicato alle aziende che seguiamo la strategia che riteniamo più corretta per sfruttare attraverso la dinamica del cambio un migliore posizionamento sul lato della competitività.

 

Turmoil ed effetti sul EUR USD
EUR USD Da 15 mesi il cambio eur usd oscilla all’interno di una banda laterale delimitata tra 1,16 ed 1,06 eur-usd

Il dollaro dopo anni di debolezza è ritornato (sin dall’ormai lontano 2014) ad essere il punto di maggior attrazione per i flussi che escono da situazioni di crisi alla ricerca di un parcheggio di qualità.  Oggi i capitali alla ricerca di stabilità e tassi remunerativi trovano quasi esclusivamente rifugio sulla  divisa americana. Più che la politica monetaria della FED fa premio il fatto che gli USA rappresentino un’isola in cui, benchè la crescita sia in rallentamento,  vi sono tassi eccezionalmente appetibili per un mondo in cui ormai oltre 11,7 trillion di dollari (fonte Fitch Ratings) di bond quota rendimenti negativi.  In queste condizioni la Federal Reserve,  di cui attendiamo questa sera le minute dell’ultimo FOMC, cercherà di allontanare il più possibile nel tempo ulteriori rialzi dei Fed Funds. Noi pensiamo che il Board prenderà nuove decisioni in tal senso non prima della fine del 2017.

 

A rafforzare il dollaro nelle prossime settimane sarà anche l’andamento delle commodity. Il petrolio, pricipale driver della ripresa del comparto assieme all’oro, ha esaurito la sua prima forza  di recupero. Avevamo stimato per questo primo movimento di rialzo un target a 52 usd/bar recentemente raggiunti dal mercato. Pensiamo che nei prossimi mesi il greggio tenderà a cercare di consolidare questa prima fase con ritorni di prezzo in area 45/40 usd/bar, eventuali movimenti di coda potranno anche spingerlo a 35 usd formando un nuovo floor. La successiva ripresa, probabilmente dopo le Presidenziali americane,  riporterà i prezzi nuovamente verso i recenti massimi. Ciò funzionerà come driver per i mercati azionari (con un time shift), i quali agli inizi del prossimo anno potrebbero ritornare a guardare il mondo con lenti diversamente colorate.

Quest’insieme di congiunture favorirà dal punto di vista valutario ancora gli esportatori, ma anche coloro i quali diversificheranno il loro patrimonio in posizioni denominate in dollari. In effetti nelle nostre best ideas d’investimento, in coerenza con quanto abbiamo scritto negli ultimi 12 mesi, abbiamo privilegiato un asset allocation in strumenti denominati in usd, government global bond, euro bond con elevata duration, emerging bond (Embi +) ed oro. Pensiamo che questa impostazione tattica possa rispondere in modo efficace al Turmoil che sta nuovamente aggredendo i mercati.

WB ADVICE MODEL ALTERNATIVE_UNCONSTRAINED
WB ADVICE MODEL ALTERNATIVE_UNCONSTRAINED Il portafoglio non è una formula è ricerca, si genera con il rispetto, l’impegno, molto impegno

 

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RADIO 24

DOPO BREXIT

Sono trascorse pochi giorni dal voto inglese  e ciò che appare drammatico è che nessun policy maker, nessun  centro di  ricerca  governativo  abbia in qualche modo previsto uno worst case scenario. Le uniche che sono intervenute a  tentare di spegnere l’incendio sono state ancora una volta le banche centrali con il loro servizio di pronto intervento ormai stabilmente operativo.

E’ la conferma che in alto non ci sono leadership in grado di prevedere ed anticipare spinte popolari che, come insegna la storia, tendono a deflagrare se troppo inibite nel loro grido di disperazione. E la disperazione si è tradotta in questi anni di statistiche della crisi in deflazione sociale. Peggio, è la conferma che i governanti sono privi di visione strategica.

Queste rotture spazzano via con se, per reazione, il meglio dei valori costruiti: mentre si vedono chiaramente i nuovi segnali di crisi, si fatica ad intuire quali possano essere le macerie relative.

La reazione dei mercati al primo impatto con l’esito del voto è stata drammatica proprio perché per opportunismo politico si è preferito lasciar credere che alla fine avrebbe vinto il remain. L’esito contrario, non scontato  dalle più parti, ha obbligato gli investitori e riallinearsi al nuovo scenario.

Rispetto a quanto abbiamo sostenuto negli ultimi mesi non cambia nulla sui mercati azionari. Il timore, invece, di una deflagrazione dello spread sui debiti sovrani, ci porta a considerare il rischio di un avvitamento delle dinamiche   operative. Gli investitori si stanno focalizzando su come la BCE saprà dominare prima, e governare poi le reazioni degli investitori rispetto al comportamento dei rendimenti sui bond governativi dei paesi periferici.

La trasmissione di Brexit verso i mercati parte proprio da qui, dallo spread. Infatti se osservate le reazioni a caldo, a conferma dell’opportunismo politico, le borse maggiormente penalizzate dal voto sono state quelle di Italia e Spagna, Francia a seguire, non quella di Londra (Ftse MIB – 12,48% – LSE Ftse 100 – 3,15%); eppure le due trading venues fanno parte dello stesso gruppo: il London Stock Exchange!

Domlogo-r24ani alle 10.30 in diretta a RADIO 24,  Wlademir Biasia sarà ospite di CUORE & DENARI per commentare le reazioni dei mercati, le prospettive e gli impatti sull’andamento futuro delle monete: sterlina, euro e dollaro.

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SI SCONTAVA IL REMAIN, VINCE BREXIT!

SI SCONTAVA IL REMAIN, VINCE BREXIT!

Si scontava il remain vince Brexit! I mercati si fanno cogliere dal lato sbagliato attivando le leve della volatilità  per  ristabilire nuovi equilibri. In realtà i principali listini, in primis quelli europei, erano già inseriti in un quadro riflessivo. L’attesa per una vittoria del remain aveva aperto una finestra positiva dissoltasi all’esito del referendum. Le conseguenze immediate vanno lette nella continuazione di un trend negativo che, al netto degli interventi delle banche centrali, dovrebbe spingere i prezzi a violare i  minimi di febbraio ed aprire la via per ulteriori vendite.  In questo scenario gli investitori cercheranno rifugio sugli strumenti che avevamo segnalato nei giorni scorsi: dollaro, yen, oro, Treasury  americani.

Segnali di avversione al rischio erano già presenti sui rendimenti del 10 anni USA: i valori scambiati sotto 1.60% confermano dal nostro punto di vista spinte in direzione di 1.30 ed 1%. La Fed non aumenterà i tassi nel corso dei prossimi 12/18 mesi offrendo in tal modo supporto all’oro. I prezzi del metallo continueranno pertanto a salire in direzione dei 1400 e successivamente 1500 usd/oz (m/t).

Benchè la moneta americana non potrà godere del supporto dato da una politica monetaria restrittiva, beneficerà di due condizioni significative: fly to quality e soprattutto moneta rifugio in un quadro valutario fortemente incrinato dalla debolezza della sterlina e dalle incertezze innescate dall’esito del referendum sul versante europeo.  Sempre al netto del sostegno delle banche centrali gli investitori si chiederanno se l’euro ha ancora un futuro, quantomeno metteranno in discussione la sua irreversibilità.

Le banche centrali lavoreranno molto per non dare riferimenti al mercato in tal senso. Sinora tutte le situazioni macro che in qualche misura minavano la tenuta dell’euro,  sono state affrontate con sostegni alla moneta proprio per evitare danni d’immagine (vedi Grecia). Ai nostri followers abbiamo segnalato da tempo che l’attuale fase in cui gli scambi fluttuano tra 1,06 ed 1,16 risulta temporanea e propedeutica ad un ulteriore rafforzamento del dollaro.

Per quanto riguarda il nostro mercato pensiamo che il nodo principale passi attraverso gli equilibri dello spread. Da mesi facciamo notare quanto sia significativa l’area 150 bp. Essa rappresenta una linea che non deve essere assolutamente valicata per non innescare ulteriori criticità sul comparto finanziario. Noi sappiamo quanto il nostro listino sia sbilanciato su tale settore, per cui un rialzo oltre tale soglia si rifletterebbe in modo negativo sulle quotazioni tuttora appesantite dalla questione legata alle sofferenze presenti nei conti delle banche.  Temiamo che in assenza di una soluzione radicale del problema, il nostro listino possa flettere ulteriormente. In un worst  case scenario consideriamo per i portafogli rischi potenziali valorizzati ai minimi del 2012.

Rileviamo anche la prevedibile caduta dello Standard & Poor 500 sotto  area 2030: qualora la seduta odierna dovesse confermare anche in chiusura questo impatto, non escludiamo che possano aprirsi nuovi vuoti d’aria  anche per Wall Street, unico listino che era riuscito ad evitare i danni di una fase riflessiva che sta governando i mercati di mezzo mondo.

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WB> ANALYTICS EUR GBP

 

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WB> ANALYTICS GBP USD

 

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WB> ANALYTICS FTSE MIB

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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LIRA

BREXIT: I TIMORI DEL MONDO CORPORATE

BREXIT: I TIMORI DEL MONDO CORPORATE

Siamo alla vigilia del referendum BREXIT, il voto analizzato attraverso i sondaggi di opinione si sta allineando verso il remain. Gli scarti dei sondaggi riportano mediamente un elevato range degli indecisi, mentre presentano tuttora una percentuale non ancora del tutto soddisfacente per mettere al sicuro l’esito elettorale per quanti temono scenari catastrofici.

EUROPE - LOMBARD RATE BUNDESBANK GERMANY
LOMBARD RATE BUNDESBANK

L’eventuale catastrofismo nasce dall’idea che il pound possa subire le aggressioni speculative simili a quelle affrontate nel lontano 1992, quando nel mese di settembre  si votò in Francia sempre per un referendum sull’Europa e, peggio ancora, mentre si discuteva animosamente sul livello dei tassi ufficiale praticati dalle banche centrali nel continente. In particolare la Bundesbank, impaurita dalle pressioni inflattive conseguenti alle spinte prodotte dall’unificazione delle due Germanie, nonchè dal cambio alla pari dei marchi scambiati ad est ed ad ovest, minacciò di portare il Lombard rate oltre il 10%  fissando un picco a 9,75.  Il livello  creava comunque pressioni su monete indebitate e come sempre governate da economie in difficoltà, l’Italia in primo luogo.

La dialettica politica che si aprì tra Italia e Germania, allargata successivamente ad altre aree, quali l’Inghileterra, spinse il mercato a speculare contro le due monete in quanto incapaci di sostenere il rapporto concorrenziale determinato dall’equilibrio imposto dai tassi tedeschi. Esplode la crisi valutaria: lira e sterlina escono dal Sme (il Sistema monetario europeo, che legava le valute partecipanti a una griglia di cambio predeterminata) e il rendimento dei titoli di stato schizza all’insù. Venerdì 11 settembre i tassi sul mercato monetario arrivano a sfiorare il 40 per cento. Anche l’esito positivo del referendum francese sull’Unione monetaria europea (con esigua maggioranza di sì), il 20 settembre, allenta solo in parte le tensioni sui mercati. Per capire il perché della crisi bisogna tornare indietro di tre mesi: il 2 giugno i cittadini danesi si pronunciano, seppur di misura, contro la ratifica del trattato di Maastricht. «Una scintilla apparentemente trascurabile quale un referendum in uno dei paesi più piccoli d’Europa, fa divampare un incendio senza precedenti nel cantiere della costruzione economica e monetaria europea»: così scrive Fabrizio Saccomanni, (direttore generale della Banca d’Italia), nel libro  “Il cammino della lira da Bretton Woods all’euro”, edito nel 2007 in occasione dei cinquant’anni del Forex Club. «I mercati sono rapidissimi a realizzare le implicazioni del referendum e un’ondata speculativa senza precedenti investe anzitutto le valute Sme le cui economie presentano maggiori criticità sul fronte dei fattori fondamentali, rendendo le parità poco credibili: la lira è una delle vittime più colpite».

L’Italia, dopo una lunga estate con la lira schiacciata sulla parte alta della banda SME, abdicò con l’accordo dell’allora ministro Giuliano Amato ed il cancelliere Helmut Kohl.

Alla ripaertura dei mercati del lunedì successivo al vertice di Berlino la diga imposta dalle bande di protezione dello SME  sisbriciola sotto la pressione delle vendite di lira e sterlina verso il marco.

Oggi si teme che l’esito  BREXIT sull’Europa possa produrre gli stessi effetti per la sterlina.

Il cambio, diversamente dal 1992, è oggi al centro di due forze diverse: dollaro ed euro. Il primo effetto potrebbe accusarlo proprio nei confronti della moneta americana ed a cascata nei confronti dell’euro.

Il Cable (rapporto gbp-usd) dopo sensibili oscillazioni circoscritte da un ampio livello di volatilità si portato in queste ore proprio a ridosso di quota 1,47, livello violato agli inizi dell’anno proprio in vista del referendum. Il timore per molti operatori e money managers di aziende è che in caso di una vittoria del leave, il mercato possa spingere i prezzi verso nuovi minimi sino a paventare una caduta del cable in direzione dei minimi storici fissati nel 1980 a 1,10. Il movimento di riflesso sull’euro spingerebbe a sua volta la sterlina verso area 0,95.

Le previsioni di voto favorevoli al remain tolgono in parte la tensione dei gioni precedenti; soprattutto consentono al mercato di allineare i tassi di cambio in prossimità di livelli la cui violazione oltre 1,47 gbp-usd, annulla gli effetti paventati riportando in un diverso equilibrio il mercato dei cambi,  che rimangono sempre la vera spia sul funzionamento dei fondamentali.

 

CABLE GBP USD
BREXIT CABLE: GBP USD – WB ANALYTICS

 

 

 

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POUND

BREXIT: LIVE AND LET DIE

BREXIT: LIVE AND LET DIE¹

E’ la settimana degli indecisi, il partito più affollato nei consensi politici in ogni parte del mondo occidentale. E’ lì che si giocano le alterne vicende delle volontà popolari. Il racconto mediatico ci mette in guardia dai rischi relativi al leave, come se quel referendum fosse il punto di arrivo e verifica del processo  di unificazione superato il quale tutto torna a suo posto.  In realtà la Gran Bretagna con il Brexit rischia di dover ridiscutere con L’UEM gli accordi economici, ridefinire quelli finanziari, subire dazi e rincari di tariffe doganali. Ma tra i due, il soggetto più debole è indubbiamente il secondo. In termini di interscambio l’Inghilterra importa verso l’Ue più di quanto esporti, per cui in un momento di stagnazione è chiaro che la convenienza mercantile porterà l’Europa a gestire un’eventuale nuova condizione tenendo conto che ogni cliente è indispensabile per fare affari,  (Russia docet).

A nostro avviso il referendum mette in luce, qualora ci fosse bisogno, i veri punti di debolezza del processo di unificazione monetaria: la crisi degli stati appartenenti all’euro. In particolare dopo 5 anni dallo scoppio di quella relativa ai debiti sovrani, succeduta alla grande crisi del 2008,  ci troviamo con bilanci pubblici in cui i rapporti di debito rispetto alla ricchezza prodotta risultano sostenibili unicamente grazie all’apporto della BCE.  In qualità  di consulenti non dobbiamo mai dimenticarci che senza l’azione di Mario Draghi e la sua replica del QE, oggi saremmo a parlare d’altro.

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BREXIT

BREXIT 1.2.

S&p 500
WB >ANALYTICS: STANDARD & POOR 500

Brexit. Un evento capace di catalizzare l’attenzione mediatica da porre in secondo piano le difficoltà vere di un sistema in cerca di nuovi equilibri da cui ripartire.  Sotto la bandiera dell’irresolutezza britannica si nascondono molte cose, un po’ come quando per fretta e convenienza si nasconde la polvere sotto i tappeti.  La discesa dei mercati azionari è stata declinata alla voce Brexit, ma in realtà cela più situazioni in disequilibrio, che non godono più della fiducia degli investitori.  In un ambiente fortemente educato al bon ton verso banche centrali,  governi alla ricerca di far passare tutto all’insegna del corretto, alla fine prevale la ricerca del valore. Money is money! E’ opinione comune che il denaro sia la radice di tutti i mali odierni, ma nessuno è mai davvero disposto a privarsene,  figuriamoci quando spirano i venti dell’avversione verso il rischio.  Anche Wall Street do

po un lungo consolidamento con i massimi ha ceduto terreno, andando a verificare i primi livelli di sostegno in area 2070 di S&P 500.  Gli investitori focalizzeranno l’attenzione  proprio sul range compreso tra 2070 e 2030 per veicolare le loro azioni operative; ma al di là degli aspetti tecnici,  si respira un’aria preoccupata, incredula rispetto alle valutazioni correnti. Anche per Wall Street potrebbero riaprirsi improvvisi  vuoti d’aria.

Per la Fed, impegnata a regolare i precetti del Fomc di giugno, il ritorno di debolezza nei mercati consente di reiterare ancora l’opzione restrittiva sui tassi. La retorica sostenuta  negli ultimi mesi esprime in modo eloquente la scarsa volontà a modificare l’assetto monetario. I Treasury Bond  si stanno comportando infatti come se all’orizzonte vi fossero le prime avvisaglie di un rallentamento non tanto sul lato della crescita,  bensì una conversione al fly to quality che tenderà a spingere i rendimenti sul 10 anni US verso 1.30  se non a fissare con qualche indugio muovi minimi storici inediti.

USA 10 Y YIELD
WB >ANALYTICS: USA 10 Y YIELD

Per l’Europa,  al netto dei proclami conformisti di molti asset manager, il segnale dell’avversione al rischio è suonato da molto tempo, esattamente da quando lo scorso dicembre quest’ultimi erano tutti allineati ad esprimere giudizi più che positivi su Italia ed Europa.  Dall’estate dello scorso anno abbiamo cercato di mettere in evidenza proprio in questo blog, ciò che alla tavola rotonda dell’IT Forum dedicata alle tendenze che governano i mercati,  abbiamo ribadito:  i mercati sono alla ricerca di un nuovo equilibrio da cui ripartire. Questo equilibrio passa necessariamente per una fase emotivamente difficile, dove alla fine il panico prevarrà sulla realtà. Il ribasso dell’Italia, che fa leva sul comparto bancario, è lì a dimostrarlo come se non ci fosse più un domani.

Così è successo per il petrolio:  a febbraio sembrava che non ci fosse limite al ribasso, anche per i più informati,  ed invece il rialzo conseguente ai minimi fisati sopra quota 25 usd ha testato i 52 usd/bar.  Nelle prossime settimane assisteremo ad una nuova flessione del greggio con ritorni dei prezzi verso l’area dei 40/35 usd/bar.  All’interno del range gli scambi cercheranno di riformare una base per riproporre un nuovo rally.  Il successo di quell’azione potrà costituire uno dei segnali  più significativi per verificare l’esaustione del ciclo riflessivo che dall’estate dello scorso anno sta governando i mercati. Nel frattempo pensiamo che alcune asset classa potranno costituire un’area preferenziale per parcheggiare la liquidità:  i Treasury, l’oro, e benché in antitesi con quest’ultimo a corrente alternata il dollaro.  La moneta americana nella confusione del referendum rappresenta l’hedging naturale verso sterlina e probabilmente l’euro. Pensiamo che il range rimanga sempre strutturato all’interno della gamma di valori che abbiamo osservato nell’ultimo anno: 1.16 ed 1.06. La tenuta di questa banda continua a farci pensare che il trend dominante, benché al momento sopito,  sia ancora a favore del dollaro sull’euro.

Nel nostro portfolio model  WB>ADVICE manteniamo un atteggiamento prudente da diversi mesi preferendo preservare il capitale piuttosto che cercare performance aleatorie. Per cui la parte dominante risulta costituita da attivi in bond con duration mediamente elevate, US ed Emerging Bond (  quest’ultimi dal dal mese di febbraio) senza coperture sul cambio. A febbraio avevamo apertouna posizione sull’Oil  liquidata lo scorso venerdì al test dei 52 usd/bar in ossequio alla verifica del target stimato dal nostro modello.

L’idea di superare questa fase in modo estremamente conservativo è basata sulle opinioni anticipate nei nostri report, ed orientata a catturare le opportunità che si delineeranno alla fine di questa articolata fase riflessiva.

ENERGY
WB>ANALYTICS: BRENT OIL versus MSCI ENERGY

 

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