Nelle ultime due settimane abbiamo osservato una sensibile riduzione della volatilità del mercato Forex. L’eur usd si è mosso all’interno di un range più contenuto rispetto alle rilevazioni statistiche, portando ad una doverosa attenzione verso la gestione del rischio di cambio. Gli operatori hanno minimizzato l’impatto dei market mover più significativi a partire dalle attese per una rimodulazione dei tassi da parte della BCE.
Nonostante il consensus abbia rafforzato l’attesa per ben due rialzi dei tassi di 25 bp da parte della Banca centrale europea, il primo nella riunione dell’11 giugno, il secondo, benché con un grado di probabilità altalenante, in quella del 23 luglio, le negoziazioni sul cambio hanno consolidato un’area compresa tra 1.16/1.1660 eur usd.
In questa fase l’attenzione degli investitori è più focalizzata sugli eventi che movimentano le vicende legate alla crisi dello stretto di Hormuz e le relazioni tra la Casa Bianca e Pechino. L’apparente stabilità non deve tuttavia lasciare spazio ad una licenziosa accondiscendenza verso una situazione apparentemente tranquilla.
I recenti dati di consensus PMI sulla fiducia delle imprese in Eurozona hanno evidenziato una perdita di momentum dello slancio che nel primo trimestre di quest’anno avevano entusiasmato i buyers. Un eventuale rialzo dei tassi da parte della BCE metterebbe in ulteriore crisi l’industria manifatturiera, soprattutto il comparto dei servizi crollato nella rilevazione di maggio.
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Divergenza macroeconomica: il modello Nowcast USA e la Fed di Warsh
Di converso negli Stati Uniti abbiamo visto un ulteriore rafforzamento della crescita industriale ed una tenuta dei servizi, nonostante il rialzo dell’inflazione. Il modello nowcast GDPNOW della Fed, il cui algoritmo stima in tempo reale la crescita potenziale, segnala per il IIQ un’espansione del Pil prossima al 3,8%.
Con l’inflazione al 4% ed una crescita ancora robusta appare difficile che la nuova Fed guidata da Kevin Warsh possa cedere alle pressioni dell’amministrazione Usa per un ammorbidimento della linea monetaria. Per la verità il presidente Trump ha smesso di interferire sulla politica monetaria, mentre il segretario Bessent continua a lavorare per ristrutturare la duration dei Treasury Bond.
Il dollaro, pur non potendo vantare particolari successi sul piano geopolitico – come dimostrano le tensioni legate all’Iran e i risultati poco incisivi dei recenti vertici tra Stati Uniti e Cina – continua a beneficiare del proprio ruolo di valuta di riferimento del sistema finanziario internazionale, nonostante le crescenti iniziative volte alla de-dollarizzazione.
Paradossalmente, proprio queste spinte contribuiscono oggi a rafforzare la valuta americana. L’ipotesi di introdurre pedaggi denominati in yuan per il transito nello Stretto di Hormuz mantiene elevata la tensione geopolitica nella regione, sostenendo le quotazioni petrolifere, che tuttavia non sembrano ancora pronte a superare stabilmente la soglia dei 90 dollari al barile. In un contesto caratterizzato da elevata incertezza, il dollaro continua a essere percepito come il principale bene rifugio globale, visione già introdotta nelle nostre attività di gestione del rischio di cambio. Le alternative esistenti, almeno per il momento, non appaiono sufficientemente credibili per mettere realmente in discussione la centralità della valuta statunitense.
L’ascesa dei BRICS e la resilienza del sistema SWIFT
I leader cinesi, così come quelli di numerosi Paesi appartenenti al cosiddetto Global South e ad organizzazioni come i BRICS e la Shanghai Cooperation Organization (SCO), hanno ormai compreso che le sanzioni economiche, un tempo considerate strumenti eccezionali, si sono trasformate in meccanismi permanenti di pressione geopolitica. Da qui nasce la volontà di sviluppare circuiti finanziari, sistemi di pagamento e strumenti monetari alternativi. Tuttavia, nonostante tali sforzi, il dollaro e il sistema SWIFT continuano a rappresentare i pilastri dell’architettura finanziaria internazionale.
Il congelamento di riserve valutarie, l’esclusione dai mercati finanziari e il ricorso sempre più frequente alla guerra economica hanno creato precedenti che molti Paesi considerano potenzialmente applicabili contro qualsiasi Stato non allineato agli interessi occidentali. In questo quadro, il sostegno di Pechino allo sviluppo di infrastrutture finanziarie alternative non rappresenta soltanto un aiuto alla Russia, ma costituisce anche uno strumento di tutela della propria sovranità economica in un sistema globale sempre più politicizzato.
Si spiega così la crescente rilevanza dei BRICS, della SCO, del commercio regolato in valute nazionali e delle piattaforme di pagamento indipendenti. L’obiettivo di queste iniziative è accrescere la resilienza economica e l’autonomia strategica dei Paesi aderenti. Per certi aspetti, anche l’Occidente potrebbe beneficiare di un sistema internazionale maggiormente equilibrato: un mondo in cui l’interdipendenza economica non possa essere utilizzata come leva coercitiva potrebbe risultare, nel lungo periodo, più stabile di uno fondato su posizioni monopolistiche.
In modo paradossale, è stata proprio la globalizzazione liberale a favorire la frammentazione dell’ordine economico internazionale. Le stesse élite che per decenni hanno promosso mercati aperti, integrazione commerciale e libera circolazione dei capitali sostengono oggi politiche di sanzioni, disaccoppiamento economico, protezionismo industriale e crescente controllo ideologico. L’ordine liberale universale si è rivelato meno neutrale di quanto proclamato, mostrando una natura selettiva, punitiva e fortemente politica. Russia e Cina, da questo punto di vista, si sono limitate ad adattarsi più rapidamente a una realtà che l’Occidente ha faticato a riconoscere.
Il riequilibrio eurasiatico e la posizione dell’Europa
L’importanza geopolitica del rapporto tra Mosca e Pechino è difficilmente contestabile. Insieme, Russia e Cina occupano il cuore strategico dell’Eurasia, la più vasta massa continentale del pianeta. Condividono uno dei confini terrestri più lunghi al mondo, sono entrambe potenze nucleari, membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e portatrici di tradizioni storiche e civili millenarie.
Un deterioramento delle relazioni tra i due Paesi avrebbe effetti destabilizzanti sull’intero continente eurasiatico; al contrario, la loro cooperazione contribuisce alla formazione di un nuovo equilibrio regionale. Ciò che molti osservatori occidentali continuano a sottovalutare è che questa convergenza non rappresenta un’anomalia storica, bensì il riequilibrio di una fase precedente caratterizzata da forti asimmetrie.
Dopo la fine della Guerra Fredda, la Russia ha orientato gran parte delle proprie aspettative strategiche verso l’Europa e gli Stati Uniti. Parallelamente, la Cina ha costruito una profonda integrazione economica con l’America, dando origine a quella relazione simbiotica che alcuni analisti hanno definito “Chimerica”. Ancora oggi, nonostante le crescenti tensioni politiche e commerciali, gli scambi economici tra Cina e Stati Uniti restano di gran lunga superiori a quelli tra Pechino e Mosca.
Il vero paradosso geopolitico consiste nel fatto che le élite occidentali hanno scelto di confrontarsi simultaneamente con entrambe le potenze, presumendo che queste non avrebbero sviluppato una convergenza strategica. In realtà, l’apertura di un doppio fronte di competizione con Russia e Cina ha accelerato proprio quel processo di integrazione eurasiatica che l’Occidente cercava di evitare.
L’Europa è stata probabilmente l’attore che ha pagato il prezzo più elevato di questa dinamica. Mentre i governi europei riducevano progressivamente i rapporti economici con Mosca, la Cina ha consolidato il proprio accesso alle risorse energetiche russe, alle materie prime strategiche, alle esportazioni agricole e alle nuove rotte commerciali artiche. In sostanza, Bruxelles ha rinunciato a importanti vantaggi geopolitici ed economici, lasciando a Pechino lo spazio per colmare il vuoto creatosi. Sotto diversi aspetti, l’Europa rischia oggi di contribuire, con le proprie scelte strategiche, alla propria progressiva marginalizzazione nello scenario geopolitico globale.
Ma questo processo non è irreversibile. I futuri leader europei potrebbero alla fine rendersi conto che un confronto permanente con la Russia non giova né alla prosperità né alla sicurezza dell’Europa. Un equilibrio eurasiatico stabile, basato sulla cooperazione piuttosto che su crociate ideologiche, porterebbe benefici all’intero continente.
Analisi tecnica EUR/USD e linee operative per la gestione del rischio di cambio
Al momento tuttavia prevale ancora la politica del confronto, delle linee rosse, in un contesto in cui non solo i prezzi ma anche l’offerta di energia appaiono sempre più precari. E’ forse questa la ragione per cui oggi l’euro appare meno reattivo ai market mover sui tassi e più vulnerabile alla congiuntura strutturale.
Sono diversi mesi che sottolineiamo un profilo tecnico esposto alla definizione di un nuovo segnale che introduca il mercato in un nuovo ciclo di debolezza della divisa europea. Gli operatori hanno spinto le contrattazioni a collaudare lo scorso mese di marzo area 1.14 eur usd. Il livello rappresenta un floor che rischia di accrescere la propria criticità, soprattutto qualora si riproponesse una nuova verifica.
Le conseguenze, come abbiamo in più occasioni evidenziato alle aziende che seguiamo con il nostro servizio di Advisory FX Risk Management, sono significative in termini di mercato e di posizionamento strategico. Abbiamo fatto già un robusto lavoro di preparazione per cui a fronte di variazioni strutturali del trend siamo già preparati a cogliere le opportunità.
Al momento continua tuttavia a prevalere una logica di contrapposizione, fatta di linee rosse, sanzioni e competizione strategica, in un contesto nel quale non soltanto i prezzi dell’energia, ma anche la stessa sicurezza degli approvvigionamenti appaiono sempre più vulnerabili. È probabilmente anche per questa ragione che l’euro mostra una sensibilità sempre minore ai tradizionali market mover legati ai differenziali di tasso, risultando invece più esposto alle fragilità strutturali dell’economia europea.
Da diversi mesi evidenziamo come il quadro tecnico della valuta unica stia assumendo caratteristiche compatibili con la formazione di un nuovo ciclo di debolezza. Il test di area 1,14 EUR/USD registrato nel corso dello scorso marzo rappresenta un passaggio particolarmente rilevante. Si tratta infatti di un livello che, anziché consolidare definitivamente la forca dell’euro, rischia di trasformarsi in un punto di vulnerabilità qualora il mercato fosse chiamato a verificarlo nuovamente in presenza di un contesto macroeconomico e geopolitico meno favorevole.
Le implicazioni per le imprese sarebbero tutt’altro che marginali. Un eventuale cambio di regime sul mercato valutario avrebbe effetti diretti sulla competitività, sulla gestione dei margini, sulla pianificazione finanziaria e sulla gestione del rischio di cambio. Per questo motivo, nelle attività di Advisory FX Risk Management che sviluppiamo a supporto di CFO e Risk Manager, abbiamo dedicato gli ultimi mesi a costruire scenari, definire livelli di attenzione e predisporre strumenti operativi coerenti con le possibili evoluzioni del mercato.
Il lavoro preparatorio è già stato svolto. Qualora dovessero emergere segnali di natura strutturale in grado di confermare un nuovo trend di indebolimento della divisa europea, le aziende che hanno adottato un approccio proattivo alla gestione del rischio di cambio si troveranno nella condizione di trasformare una potenziale criticità in un’opportunità strategica, intervenendo con tempestività e consapevolezza.
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