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EVERYTHING MADE IN ITALY

EVERYTHING MADE IN ITALY

1.25 :  l’euro  rischia di mettere freno alla ripresa dei paesi periferici dell’Europa. Quanto è importante e strategica la crescita dell’export in Italia ?

 

 

Mercoledì 28 sono stato invitato da un gruppo di imprenditori a parlare di internazionalizzazione, economia e mercati. Si tratta di un tema che mi appassiona molto e per il quale dedico gran parte dei miei studi. Internazionalizzazione, economia e mercati costituiscono un equazione funzionale  a diversi punti interconnessi. Oggi i mercati, la finanza, costituiscono una parte fondamentale della supply chain globale assieme alla concorrenza fra connettività di sistemi.

Il nostro paese, l’Italia, per diverse ragioni e non ultima quella relativa allo squilibrio finanziario, si trova in una delle  fratture tra le  faglie tettoniche della geopolitica e può costituire un punto di rottura. Nonostante la grave crisi, per certi versi imposta, il tessuto connettivo dell’economia italiana è riuscito ad imporra una forza resiliente in grado di evitare il collasso.

L’internazionalizzazione naturalmente forzata ha premiato le quote di esportazione dell’Italia verso economie mature ed emergenti. Nel 2016  gli esportatori del made in Italy hanno saputo presidiare con valori crescenti sia le aree del Nord America che quelle asiatiche. L’Italia si colloca in nona posizione tra i principali paesi che esportano verso il Nord America, facendo registrare performance di crescita significative, al pari dei competitor tedeschi e superiori a quelle di Inghilterra, Corea del Sud e Giappone.

La performance di tutto rilievo ha consentito al Paese di ritornare ad esprimere tassi di crescita del Pil positivi. Sarebbe miope, tuttavia, considerare tali successi omettendo il ruolo giocato dal mercato dei cambi. La debolezza dell’euro negli ultimi quattro anni, ha consentito di mettere a profitto la miglior competitività dei prodotti europei.

Oggi gli effetti di questa leva si stanno diluendo a causa di un rafforzamento dell’euro, nonostante i toni ancora ultra accomodanti della politica monetaria della BCE. Una prova diretta di questo effetto è data dalla diversa prestazione dei listini azionari europei rispetto a quelli americani anche in questa recente fase correttiva.

Per l’Italia l’equilibrio valutario rappresenta una leva in più rispetto ad altri competitors. Il fatto che l’euro contro il dollaro da inizio anno si sia stabilizzato temporaneamente tra 1,20 ed 1,25, costituisce un fattore di rischio e potenziale agente di frattura nella faglia Atlantica.

Che si esporti in divisa piuttosto che in euro, il problema non cambia. Anzi per gli operatori che vendono i loro prodotti senza un’esposizione al cambio, viene a mancare la leva della flessibilità data dalla possibilità offerta da un’adeguata strategia di copertura che possa preservare i termini di competitività. Molti osservatori, investitori e policy maker, ritengono l’Italia, a ragione, più vulnerabile ad una perdita di questi vantaggi. In termini prospettici la sensibilità dell’economia del Paese alle fluttuazioni del cambio si ripercuote direttamente sulla performance economica e quindi su quella del Prodotto Interno.

La dialettica politica tra le due faglie USA – UEM, passa anche attraverso un braccio di forza tra i rapporti di cambio. Quota 1,25 eur usd, non a caso costituisce la linea di demarcazione tra due diversi scenari.  Da un lato vi è il programma America First su cui si sta impegnando l’amministrazione Trump, dall’altro vi è la linea politica della BCE che fa le veci al vuoto espressivo del Governo europeo. Ambedue perseguono un indebolimento della propria moneta.

In mezzo l’Italia gioca un ruolo strategico nelle vie di connessione della supply chain Atlantica. Non a caso gira l’idea che un euro eccessivamente forte rischia di nuocere alla costruzione stessa della moneta unica.

Tali ammonimenti prendono spunto dall’ipotesi che in assenza di una leva valutaria la crescita del Pil italiano possano implodere e con esso la sostenibilità del debito. Ancora equazioni.

Mario Draghi ha denunciato in più occasioni, contravvenendo al protocollo istituzionale, la manipolazione del cambio da parte degli americani.

I mercati tuttavia sanno cogliere in situazioni di stress le opportunità offerte dalla perdita di contatto delle equazioni complesse con la realtà. In altri termini la loro perenne ricerca di opportunità consente di riportare  quindi gli eccessi verso una situazione di equilibrio tra valore intrinseco e valore scambiato. Queste fasi possono offrire l’occasione  per posizionare in termini di competitività in modo più strutturale la propria azienda nel processo di internazionalizzazione a partire dal posizionamento dei listini in divisa.

Siamo tutti connessi in questo processo, non c’è via di fuga; sia che si operi esclusivamente in euro sia che si operi utilizzando le divise siamo esposti alle correnti di competitività.

 

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