NEVER TOO LATE
Dov’è finito il mercato?

I tre  fattori  a cui i mercati guardano per considerare  rischi e opportunità  interessano aspetti che dal locale hanno impatti globali: in primis  le decisioni della Fed,  la crescita globale e  l’Italia.  Alzerà i Fed Funds o aspetterà ancora la Fed?  Che cosa ci sta dicendo il ciclo delle materie prime? L’Istat ha riportato con i piedi per terra la narrazione sulla crescita italiana, gli unici a non accorgersene sono coloro che per rispetto, devozione e deferenza sono tenuti al politically correct,  ma è sempre legittimo avere pensieri  semplici?
I mercati hanno dimenticato che un tempo esisteva la price discovery, oggi sono in stallo, vivono in balia delle banche centrali.  Di conseguenza si scrutano tutti i possibili temi per comprendere se la Federal Reserve alzerà o meno i tassi. A sua volta le banche centrali sono vittima delle loro stesse politiche e di conseguenza sono in stallo. A Jackson Hole la Fed ha più che ventilato la possibilità che presto si avvii un’azione restrittiva non senza vincolare la decisione finale all’andamento dei dati economici. L’economia, quella americana,  sembra ancora dominata da un rallentamento, benchè la Fed di Atlanta presenta un modello GDPNOW aggiornato costantemente,  in cui indica che nel prossimo trimestre il GDP tornerà a salire oltre il 3%. Nel dubbio il mercato azionario americano resta immobile; pochi osano comprarlo a causa di un premio al rischio non adeguatamente remunerato. Pochi,  non avendo chiara ancora l’idea sull’aumento dei tassi decidono di prendono beneficio. La Fed vorrebbe raffreddare l’apprezzamento dei corsi azionari in quanto palesano multipli in eccesso statistico. Tuttavia ci sono le Presidenziali alle porte con un candidato fuori dagli schemi che potrebbe trarre vantaggi da uno storno di Wall Street. Quindi si resta in stallo.   Ne approfittano i mercati emergenti ed in parte l’Europa periferica senza convincere ancora. Le commodity stanno nuovamente regredendo: il petrolio ed i metalli non ferrosi sono oggetto di vendite. Il WTI potrebbe scivolare nuovamente verso 37/35 usd/bar; a fine mese un nuovo vertice tra paesi Opec e non si ritornerà a cercare un accordo per limitare la produzione. Il rame continua a scambiare all’interno di un bear market. L’economia globale sta nuovamente rallentando.  Ne beneficeranno ancora i corsi obbligazionari, anche se può sembrare assurdo acquistare bond con duration elevate a questi  prezzi noi pensiamo che ci sia ancora del valore residuo su cui operare. Pensiamo che il 10 anni USA possa scivolare sotto i minimi di luglio e puntare verso area 1,10%. Lo Standard & Poor favorirebbe questo movimento con una flessione che al momento rimane correttiva, almeno fintantoché gli algotrader  non rilevino violazioni di area 2100.

Il rialzo dei Fed Funds come influenzerà Wall Street?

Il rialzo dei Fed Funds come influenzerà Wall Street?


Sarà estremamente interessante verificare il comportamento dei mercati periferici qualora si apra un’azione correttiva a W.S., difficilmente sarebbero in grado di reggere sostenendo i recuperi delle ultime settimane, benchè in alcuni casi le valutazioni siano appetibili.
Nel nostro Outlook di settembre oltre al tema dei tassi americani siamo ritornati a riflettere su una delle cause che dal nostro punto di vista interferisce notevolmente con la crescita italiana. Il nostro PIL frena nuovamente nell’ultimo trimestre rilevato dall’ ISTAT , le cause sono molteplici, e le evidenze confermano che la struttura monetaria a cui siamo vincolati annulla le flessibilità a cui il nostro Paese ricorreva per correggere gli squilibri. Il giornale la Repubblica ha recentemente riportato in un articolo le dichiarazioni del premio Nobel Joseph Stiglizt non serve un ritorno al passato, la soluzione più estrema è creare due monete per Nord e Sud-. Nel suo recente libro   –L’euro e la sua minaccia al futuro dell’Europa– Stiglitz propone una riflessione che merita di essere approfondita. Purtroppo nei forum si continua ad ostentare il linguaggio dell’ottimismo, che per carità ha un suo preciso ruolo, ma non si coglie mai l’occasione per mettere a fuoco quello che scrissi già all’indomani della grande recessione del 2008/2009: la funzione di una moneta non può funzionare in presenza di squilibri sistemici proponendo un euro a due velocità.
 
target 2 eurosystem
Gli squilibri all’interno del Sistema Target 2 mettono chiaramente in evidenza il surpluss delle partite correnti della Germania contro i minus dei partners periferici. La debolezza della performance economica si riflette anche nel regolamento dei flussi nell’eurosistema. In assenza di correttivi saranno i mercati a mettere in discussione lo squilibrio presto o tardi.

STRESS_OR TEST: CAUSE, ORIGINI E SOLLECITAZIONI

Se c’è soluzione perché ti preoccupi? Se non c’è soluzione perché ti preoccupi?
(Aristotele)
In un tourbillon di eventi significativi i mercati sembrano rispondere con un atteggiamento anestetizzato, dove prevalgono repliche in cui emerge l’inerzia. L’anestetico è nebulizzato da stress test annacquati, da soluzioni mitigate dalle banche centrali, dalla lunga ombra delle presidenziali americane, dalla negazione  di lasciare che il mercato trovi nuovi equilibri da cui ripartire.
Nell’ultimo ciclo di espansione economica, la crescita è stata strutturalmente debole in tutte le aree del globo. Ciò nonostante gli attivi americani si sono apprezzati  aggiornando via via nuovi massimi storici, l’ultimo dei quali fissato proprio lo scorso venerdì  in coincidenza con la pubblicazione di un dato che palesa un nuovo rallentamento della crescita. L’Europa, fatta eccezione per la Germania,  è rimasta intrappolata nel suo esteso ciclo ventennale laterale, mentre gli emergenti hanno segnato il passo durante la lunga moderazione maturata dalla decrescita cinese a partire dal 2008.
All’interno di questo quadro vi sono vicende regionali che accentuano l’inerzia di cui sopra. La Grecia è stata annientata sia sotto il profilo economico che sociale; altri paesi mediterranei hanno sostenuto un consolidamento fiscale senza eguali. L’Italia dopo l’attacco speculativo subito dai propri partner europei, ha  patito una riduzione del Pil nell’ordine di 10 punti (in percentuale) dall’avvio della grande recessione del 2007, mentre ha ridimensionato la forza industriale di almeno 20 punti.  Sia chiaro questo processo ha origini ben precise e non nasce a causa di Brexit o qualsiasi altro evento simile.
La crisi del nostro Paese e con esso delle banche nasce e si sviluppa a causa della perdita progressiva di competitività del sistema. Sono anni che denuncio il problema con ripetuta ciclicità. Ora il Fondo Monetario Internazionale  ammette che il malessere dell’Italia  è correlato alla perdita di competitività legata all’appartenenza ad un sistema monetario rigido per un paese poco virtuoso.

ITALY - Rebase REAL HARMONISED COMPETITIVENESS INDICATOR B

EUROZONE: REAL HARMONISED COMPETITIVENESS INDICATOR


Le sofferenze delle banche, come ho scritto qualche settimana fa, non sono il semplice prodotto delle perversioni  relazionali, non che non vi siano, derivano da una lunga teoria che contrappone alla strisciante decrescita un’inversamente correlata crescita del debito. In un precedente report ho pubblicato come riprova di questo rapporto perverso l’andamento di Target 2, il quale costituisce il sistema europeo di trasferimenti di fondi  interbancari con lo scopo di bilanciare gli squilibri della bilancia dei pagamenti dei paesi membri. Appare evidente dalla lettura del grafico,  la contrapposizione del surplus tedesco verso le aree periferiche; l’Italia , come la Spagna, vedono nuovamente riaprirsi il loro disavanzo esattamente come nel mese di aprile del 2012. Con una mano la Germania ha messo sotto pressione il debito pubblico italiano, con l’altra ne ha beneficiato aumentando il proprio surplus., il resto è storia.
Current account - EUROSYSTEM TARGET 2 balance

EUROSYSTEM TARGET 2


Nell’inerzia di cui abbiamo parlato sopra,  Rishi Goyal , capo missione per l’Italia del FMI, dichiara in uno studio che il Pil italiano è destinato ad illanguidire per altri dieci anni, meglio, per recuperare la perdita del Pil accumulata dal 2007 ci vorranno almeno 10 anni.
Per cui c’è da temere che altri crediti si tradurranno in nuove sofferenze.
A ciò si aggiunga la struttura industriale delle banche: la loro organizzazione territoriale molto diffusa, risulta obsoleta alla luce dei cambiamenti che la tecnologia ha portato nelle abitudini operative della clientela. Rispetto a 15/20 anni fa sono molto meno le persone che si recano fisicamente in una agenzia per fare operazioni. La rete si è progressivamente sostituita allo sportello fisico, con elevati standard di efficienza produttiva.  Per cui oltre agli oneri delle sofferenze si dovranno aggiungere quelli di ristrutturazione del modello industriale. La politica monetaria del QE morde anch’essa infine sul conto economico.
Da qui le ragioni per cui nessuno desidera mettere soldi in un settore che sta iniziando ora ad affrontare i problemi.
Da qui l’idea che nonostante i prezzi esposti in borsa siano molto bassi non costituiscano ancora delle opportunità.  In questa fase il mercato teme e prezza di più i rischi rispetto alle prime.
Il  FTSE Mib, notoriamente sbilanciato sulle banche in termini di ponderazione, soffre e non riesce ad oltrepassare le resistenze più significative che si contrappongono al recupero.  Lo scorso anno, mentre la maggior parte dei gestori istituzionali mettevano al primo posto nelle loro scelte d’investimento l’azionario Italia (dicembre 2015), noi ponevano seri dubbi sulla sostenibilità dei prezzi declinando un’Outlook negativo. In primavera abbiamo stimato rischi che potevano riportare i prezzi nel medio periodo sino a rivedere i minimi del 2012. Sono trascorsi quattro anni dal minimo del 25 luglio, 12.295,  i fondamentali sono peggiorati, alcune aziende con ruoli strategici o, quantomeno di rilevanza nazionale, nel frattempo sono passate sotto controlli stranieri, francesi, cinesi, tedeschi, altre rischiano di farlo.  Ciò detto rimangono ancora molte eccellenze nel nostro piccolo mercato azionario, in particolare nel segmento delle Mid Cap,  perle che di questo passo rischiano di essere sottoposte al presidio di “slow food” .
Tecnicamente l’Eurozona rimane ancora inserita in un contesto negativo che rischia di essere inasprito da eventuali ritorno dei prezzi sotto l’area 10.000 per il Dax, 2890/80 per l’Eurostoxx 50, 16000 per il FTSE Mib.
In generale osservando lo Stoxx 600 il punto più critico da mettere a fuoco in termini strategici e simbolici, rimane il minimo segnato in area 307 dopo l’esito del referendum su Brexit.
In tutto questo periodo il mercato americano è rimasto inerte alle evoluzioni del vecchio continente.  L’indice S&P 500 dopo aver fissati nuovi massimi storici si è fermato in una terra di nessuno. Siamo in molti ad attendere quantomeno un test di area 2100 prima di prendere posizione. Il test è significativo in quanto ratifica o meno il recente apprezzamento dei corsi aprendo una nuova stagione di rialzi ( target 2230/50) oppure, in assenza di un contenimento dei realizzi a 2100, un ritorno delle vendite più deciso. In altre parole si teme una bull-trap.  Gli utili non sono più entusiasmanti, le vendite, il fatturato, decrescono in molti casi, mentre i multipli sono significativamente elevati.  Molti indici hanno oltrepassato soglie di resistenza  importanti per cui vorremmo che si completasse un collaudo di tali break up prima di ponderare una prospettiva direzionale.
Anche il comparto degli emergenti sta costruendo un segnale incoraggiante; al momento appare un recupero delle debolezze che si sono sommate tra lo scorso anno e gli inizi del 2016. Il segnale contrasta tuttavia con un ritorno alla debolezza delle commodity a partire dall’atteso ribasso del petrolio dopo il test di 52 usd/bar.  Il Baltic Dry Index ritorna sui minimi storici segno inequivocabile di un ulteriore rallentamento dei commerci.
Ciò che in varie misure impietrisce è la risposta che dà allo scenario descritto il mercato dei bonds: il rendimento sul 10 anni USA,  come atteso,  è ritornato a flettere dopo il test dell’area 1,60/65 dove avevamo fissato il punto di controllo per la tendenza riflessiva. La ripresa del ribasso che ci consente di confermare le nostre attese per una flessione verso area 1,30/1.10, taglia le gambe all’iniziativa sull’azionario.
Il dollaro invece, subisce marginalmente la revisione al ribasso del GDP ed il contestuale ridimensionamento delle attese per il rialzo dei tassi. In realtà credo che fossero rimasti in pochi a pensare che la Fed potesse alzare i tassi nell’anno in corso. Noi ci siamo espressi per un ritorno a politiche restrittive non prima della seconda metà  del 2017. In ogni caso l’eur usd si è apprezzato fino a lambire area 1,12. Il range di breve termine rimane comunque sempre lo stesso:  1.13 nella parte alta, 1.0950 in quella inferiore; il trend continua a convalidare una visione neutra a breve con propensione al ribasso per l’euro nel medio.
Segnali di altrettanta avversione provengono invece dalla lettura del cambio usd jpy:  le contrattazioni sono scivolate nuovamente sino a lambire l’area più che psicologica 100 usd/jpy. La BoJ cercherà di difendere a tutti i costi tale livello in quanto un ‘eventuale rottura causerebbe problemi significativi alla politica di allentamento monetario della banca centrale giapponese e suonerebbe come un ulteriore allarme per i mercati.
 
WB ANALYTICS: BORSA ITALIANA FTSE MIB

WB ANALYTICS: BORSA ITALIANA FTSE MIB

Sono trascorse pochi giorni dal voto inglese  e ciò che appare drammatico è che nessun policy maker, nessun  centro di  ricerca  governativo  abbia in qualche modo previsto uno worst case scenario. Le uniche che sono intervenute a  tentare di spegnere l’incendio sono state ancora una volta le banche centrali con il loro servizio di pronto intervento ormai stabilmente operativo.
E’ la conferma che in alto non ci sono leadership in grado di prevedere ed anticipare spinte popolari che, come insegna la storia, tendono a deflagrare se troppo inibite nel loro grido di disperazione. E la disperazione si è tradotta in questi anni di statistiche della crisi in deflazione sociale. Peggio, è la conferma che i governanti sono privi di visione strategica.
Queste rotture spazzano via con se, per reazione, il meglio dei valori costruiti: mentre si vedono chiaramente i nuovi segnali di crisi, si fatica ad intuire quali possano essere le macerie relative.
La reazione dei mercati al primo impatto con l’esito del voto è stata drammatica proprio perché per opportunismo politico si è preferito lasciar credere che alla fine avrebbe vinto il remain. L’esito contrario, non scontato  dalle più parti, ha obbligato gli investitori e riallinearsi al nuovo scenario.
Rispetto a quanto abbiamo sostenuto negli ultimi mesi non cambia nulla sui mercati azionari. Il timore, invece, di una deflagrazione dello spread sui debiti sovrani, ci porta a considerare il rischio di un avvitamento delle dinamiche   operative. Gli investitori si stanno focalizzando su come la BCE saprà dominare prima, e governare poi le reazioni degli investitori rispetto al comportamento dei rendimenti sui bond governativi dei paesi periferici.
La trasmissione di Brexit verso i mercati parte proprio da qui, dallo spread. Infatti se osservate le reazioni a caldo, a conferma dell’opportunismo politico, le borse maggiormente penalizzate dal voto sono state quelle di Italia e Spagna, Francia a seguire, non quella di Londra (Ftse MIB – 12,48% – LSE Ftse 100 – 3,15%); eppure le due trading venues fanno parte dello stesso gruppo: il London Stock Exchange!
Domlogo-r24ani alle 10.30 in diretta a RADIO 24,  Wlademir Biasia sarà ospite di CUORE & DENARI per commentare le reazioni dei mercati, le prospettive e gli impatti sull’andamento futuro delle monete: sterlina, euro e dollaro.
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BREXIT: LIVE AND LET DIE¹

E’ la settimana degli indecisi, il partito più affollato nei consensi politici in ogni parte del mondo occidentale. E’ lì che si giocano le alterne vicende delle volontà popolari. Il racconto mediatico ci mette in guardia dai rischi relativi al leave, come se quel referendum fosse il punto di arrivo e verifica del processo  di unificazione superato il quale tutto torna a suo posto.  In realtà la Gran Bretagna con il Brexit rischia di dover ridiscutere con L’UEM gli accordi economici, ridefinire quelli finanziari, subire dazi e rincari di tariffe doganali. Ma tra i due, il soggetto più debole è indubbiamente il secondo. In termini di interscambio l’Inghilterra importa verso l’Ue più di quanto esporti, per cui in un momento di stagnazione è chiaro che la convenienza mercantile porterà l’Europa a gestire un’eventuale nuova condizione tenendo conto che ogni cliente è indispensabile per fare affari,  (Russia docet).
A nostro avviso il referendum mette in luce, qualora ci fosse bisogno, i veri punti di debolezza del processo di unificazione monetaria: la crisi degli stati appartenenti all’euro. In particolare dopo 5 anni dallo scoppio di quella relativa ai debiti sovrani, succeduta alla grande crisi del 2008,  ci troviamo con bilanci pubblici in cui i rapporti di debito rispetto alla ricchezza prodotta risultano sostenibili unicamente grazie all’apporto della BCE.  In qualità  di consulenti non dobbiamo mai dimenticarci che senza l’azione di Mario Draghi e la sua replica del QE, oggi saremmo a parlare d’altro.
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BREXIT: SELLING ENGLAND BY THE POUND

1973 – 2016 BREXIT . In Gran Bretagna gli anni Settanta sono stati vissuti e percepiti fortemente come un momento di decadenza: dell’occupazione, del lavoro, del ruolo internazionale della Gran Bretagna. Alla fine del decennio il primo ministro laburista James Callaghan replicò ad un giornalista che lo intervistava sulla crisi: “Crisis? what crisis?”. Era un po’ il segnale della forte incomprensione e separatezza esistente fra la classe politica e la realtà. Nel 1973 epicentro della crisi economica e politica internazionale, Peter Gabriel, poeta musicista del progressive rock inglese, in una delle sue opere più riuscite, Selling England By The Pound, denunciava nell’austerità della tradizione, spesso confinata alle sole apparenze, la “svendita” del Paese a meri interessi finanziari ed economici. In realtà l’opera trae ispirazione dai contenuti di un manifesto del Partito Laburista dell’epoca che denunciava il disorientamento della gente che iniziava ad interrogarsi  sulla fine di un sogno, sulla fine di quell’ Inghilterra potenza industriale, militare, navale, economica; quell’Inghilterra padrona e imperialista che lentamente andava sgretolandosi.  I nuovi miti , secondo Gabriel, erano una pancia piena (per i giovani) o un vestito bello (per i vecchi). I sogni non sono più quelli affidati alle flotte di navi che trafficavano in lungo ed in largo per gli oceani cercando fortuna o arricchendosi con la pirateria autorizzata da regi decreti, ma si fanno più borghesi; si cerca di dare fondo alle riserve accumulate in due secoli di dominio incontrastato, leccandosi anche le ferite inferte da una guerra devastante, attraverso la corsa al consumismo o la lettura dei tabloid scandalistici che, attraverso lo scempio delle vite altrui, fanno diventare spettacolo pure i guasti di una società al capolinea. E così, pound dopo pound, si smaltiscono i resti dell’Inghilterra che fu. Gabriel non è un nostalgico, ma sicuramente dà, di questa nuova società, un’immagine ancora più negativa di quella passata, se non altro segnata anche da grandi slanci e grandi ideali. Secondo il musicista, la follia consumista si impossessa di tutto, mischiando le carte in modo che non siano più interpretabili in maniera coerente; un’ordalia di danze e gesti senza senso che fanno ammuffire anche il Santo Graal, così caro alla tradizione britannica quale simbolo leggendario di un periodo felice e pieno di speranza.
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apple
E’ finito il ciclo rialzista dell’S&P 500? Carl Icahn ha deciso di liquidare le sue posizioni lunghe in Apple, La Grande Mela. Nella storia degli ultimi 30 anni Carl Icahn rappresenta l’alter ego di Gordon Ghekko, ha firmato le più brillanti operazioni di acquisizione negli anni 80 e 90, sua è stata la prima più grande OPA alla RJR Nabisco. Per Forbes è uno dei business man più influenti. Carl Icahn ha deciso di vendere la partecipazione in Apple!
E’ la fine di un ciclo? non lo sappiamo, la storia che il futuro ci racconterà saprà dare un senso alle cose.
Tuttavia appare piuttosto chiaro che Apple abbia completato un ciclo, e quoti valori oltre l’iperbole del successo.  Wall Street, il cuore dei mercati, non appare più in grado di reggere le quotazioni attuali, attorno le borse periferiche manifestano già situazioni di criticità.  Cosa significa tutto ciò?
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L’outlook dei primi tre mesi di questo 2016 si sono conclusi in un tourbillon il cui fine è stato quello di compensare le irregolarità di marcia dei mercati.  L’innesco del recupero che abbiamo registrato a marzo è stato azionato sull’attesa per quanto avrebbero detto e fatto le banche centrali. Tutto gira sempre di più attorno alla loro azione. Ad esse va riconosciuta la capacità di orientare in modo organizzato le scelte degli investitori. Nessuno sembra capace di svincolare la propria visione dalla loro direzione aprendo molti interrogativi sull’efficacia del loro lavoro, e sulla linearità delle dottrine. Il tema è così spinto agli estremi che in molti desiderano e sognano un mondo in cui i mercati si autoregolino trovando un equilibrio da cui ripartire. Continua a leggere

Siamo all’esame di ammissione al corso di Tecnica dei Mercati Mobiliari, il docente propone una serie di esercizi per conoscere la preparazione degli studenti che intendono iscriversi. Il primo di questi riguarda un tema piuttosto semplice su come allocare le risorse finanziarie nell’ambito di un unico impiego obbligazionario date una serie di opportunità: bond governativo a 10 anni, rendimento 2%, contro un altro bond governativo stessa duration, rendimento 0,2%, con rating di merito paritario.
In considerazione dell’ovvietà della risposta al quesito, lo studente si chiede se la soluzione nasconda o meno una qualche forma di insidia e prova quindi ad immaginare quale sia la conclusione corretta.
Si chiede quindi se i due bond siano denominati nella stessa valuta e prova ad ipotizzare che uno sia in euro e l’altro in dollari. Ma quale dei due corrisponde al classamento corretto?
Avendo dedicato una buona preparazione al test si è documentato in modo piuttosto approfondito.  E’ al corrente che la BCE ha lanciato da un anno un importante programma di stimoli monetari per sostenere una crescita problematica  nell’Eurozona. Ha letto che a dicembre la Fed ha alzato i tassi e che recentemente si sia posta più volte il problema di come alzarli ancora in futuro, anche perché nel frattempo l’inflazione è salita verso i target desiderati dalla banca centrale americana. Inoltre l’occupazione esprime livelli di crescita ben al di sopra degli standard attesi. Mentre come detto l’economia dell’Unione arranca, con non pochi problemi nelle aree periferiche, quella americana pur senza grandi trionfalismi è entrata all’ottavo anno di crescita.
Indubbiamente il bond che stacca la cedola più alta è quello in dollari.
Il quesito successivo cerca di comprendere la conoscenza del mercato dei cambi: in linea generale, dato lo stesso merito creditizio a due paesi che emettono con diverse valute, dove il primo remunera al 2% il secondo allo 0,2% a parità di duration; le loro economie esprimono la prima, condizioni di crescita ed inflazione al rialzo, la seconda, stagnazione e deflazione. La prima è governata da una politica  monetaria cautamente restrittiva, la seconda con un approccio estremamente accomodante. Domanda: quale moneta si apprezzerà maggiormente?
Lo studente questa volta non ha dubbi, eppure in un recente post pubblicato in rete ricorda le parole di un famoso analista che si chiedeva come mai nonostante il livello così massiccio di stimoli monetari l’euro si sia apprezzato sul dollaro.
Preso dallo sconforto abbandona anzitempo la verifica; il ragzzo si alza ed esce dall’aula borbottando: perché devo frequentare un corso in cui ciò che mi insegnano è esattamente opposto a quanto accade nella realtà? Qual è il senso?
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mind the gapWB ANALYTICS MERCATI – Le borse aprono la settimana poco variate, il dollaro si apprezza marginalmente sull’euro con spunti tecnici che per il momento non mettono in evidenza particolari segnali. Questa sera il nostro Team WB Analytics pubblicherà l’aggiornamento settimanale all’Outlook WB>PERSPECTIVES.

GRECIA – I creditori europei hanno compiuto importanti progressi con Atene sulle riforme fiscali e previdenziali, in un pacchetto di misure che dovrà essere adottato per ottenere nuovi prestiti e un alleggerimento del debito. Gli ispettori di Ue, Bce e Fmi, ad Atene per valutare i progressi compiuti dal governo greco sulle riforme, hanno lasciato ieri la capitale greca in vista delle vacanze pasquali. Dombrovskis ha detto a un gruppo di quotidiani tedeschi che i colloqui con Atene sono stati costruttivi, aggiungendo però che “c’è ancora molto da fare”. E’ intanto entrato in vigore ieri l’accordo sui migranti fra Ue e Turchia, con Atene che però, secondo quanto riportato dai principali quotidiani, chiede più tempo per attuare il programma di rimpatrio dei migranti.

CINA – Dati recenti, fino ai primi di marzo, mostrano come l’economia cinese sia in miglioramento. Lo ha detto il vice premier Zhang Gaoli ad un forum economico, mentre il ministro per il Commercio Gao Hucheng ha dichiarato che il commercio estero cinese in marzo mostrerà probabilmente un significativo rimbalzo, dopo il calo registrato nei primi due mesi dell’anno. In occasione dello stesso forum, il governatore della banca centrale Zhou Xiaochuan ha detto che i flussi di capitali in uscita dalla Cina hanno mostrato un rilevante rallentamento, con un placarsi dei timori relativi a una frenata della seconda economia del mondo.
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Nel 2017 si celebrerà il 500° anniversario della Riforma Protestante in Germania. Wolfgang Schäuble, di formazione luterana, ha recentemente scritto a proposito di Martin Lutero “che non ha difeso solo la libertà di coscienza, ma ha preso partito, politicamente, in un modo che oggi definiremmo preoccupante, meglio, in modo totalmente brutale”. Lutero avrebbe portato nella politica uno “stile di battaglia dura”; con lui nel ”pensiero politico tedesco è entrato un pensiero che distingue nettamente tra amico e nemico”. Nell’estensione ecumenica il monaco Lutero esprime nel suo pensiero una convinzione estrema: solus Christus, sola Fides, sola Scriptura. In una dimensione politica la critica del ministro Schäuble al pensiero di Lutero assume un valore significativo, soprattutto se confrontata all’ortodossia con cui il ministro combatte la dialettica e le critiche che si oppongono alla linea politica che la Germania impone all’Unione Europea.
La rigidità fiscale con cui l’Unione governa i partners europei ha prodotto una netta spaccatura all’interno dell’Eurozona adeguandone il funzionamento ad una velocità a doppio regime: nord gdp europeverso sud. Il grafico che riporta i principali andamenti del GDP rimodulato su base unitaria a partire dal picco relativo all’ultimo ciclo espansivo, 2003-2007, denuncia nella sua drammaticità le difficoltà in cui i paesi periferici sono sprofondati con le ultime due crisi economiche, quella del 2008 e successivamente quella del 2011-12. In buona sostanza il valore del prodotto interno lordo non ha più avuto la forza per recuperare gli standard di crescita precedenti. La BCE consapevole del doppio regime di velocità, ha opposto alla rigidità fiscale una serie di facilitatori monetari che nonostante le mille critiche ha avuto il beneficio di sostenere le economie sottostanti grazie alla debolezza dell’euro. Finora i vari programmi di sostegno monetario, LTRO e QE, non hanno avuto il merito di alimentare secondo le aspettative le linee del credito alle imprese. Mario Draghi ha utilizzato fino in fondo in ogni occasione, ogni parola, per convincere i mercati che avrebbe fatto qualsiasi cosa per evitare l’implosione dell’UEM.
Il 10 marzo il mercato si aspettava molto di più dei proclami. E Mario Draghi questa volta non ha disatteso gli impegni: allargamento quantitativo del Qe da 60 a 80 mil/mese, allargamento del perimetro degli attivi eligibili, diminuzione dei tassi sui depositi tra banche e regolatore.
La Bundesbank non è d’accordo.
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