Le dinamiche geopolitiche si fanno sempre più intricate, tra conferme e smentite di rapporti di pace, il mercato si muove frettolosamente alimentato da notizie sempre più numerose e contraddittorie. Sotto i riflettori l’accordo dell’UE con l’Australia, che seppur ancora marginale (l’Australia rappresenta circa il 1,4% dell’export dell’Unione), si pone come una delle pochissime alternative al monopolio del litio e delle terre rare, nonché lancia un segnale (timido) di distaccamento dalla dipendenza dalle superpotenze mondiali. In questo clima di incertezza, l’estrema volatilità di commodity e valute genera shock continui, rendendo indispensabile per le aziende adottare rigorosi sistemi di risk management.
UE-AUSTRALIA: LA VIA DELLE TERRE RARE
L’accordo siglato il 24 marzo, a Canberra, è un trattato che mette fine a otto anni di negoziati complessi.
L’accordo tocca vari settori, come quello agroalimentare, dove sono stati riconosciuti e protetti molti tra i prodotti IG, accompagnati dall’eliminazione o riduzione dei dazi per alcuni elementi, tra cui il prosecco e carni bovine. Tuttavia il cuore del trattato risiede nell’obiettivo strategico delle terre rare, l’accordo garantisce all’UE un accesso privilegiato senza tasse all’esportazione e senza monopoli di Stato che possano manipolare i prezzi; inoltre le aziende UE (come quelle del settore automotive tedesco o della tech francese e italiana) avranno lo stesso trattamento delle aziende australiane nell’investire in nuovi progetti minerari e di raffinazione. Attualmente l’importazione delle terre rare grezze dall’Australia rappresenta solo il 4% del totale, ciò nonostante un elemento di particolare interesse si scorge nella prospettiva futura, poiché le proiezioni della Commissione UE fissano un target tra il 25% e il 30% del fabbisogno totale entro il 2030. In aggiunta, l’Australia sta completando nuovi poli di raffinazione (ora monopolio quasi esclusivo della Cina), e di conseguenza il Blocco dovrebbe avere un diritto implicito di prelazione sui prodotti derivanti da questo investimento.
IRAN: LA GUERRA DELLE CONTRADDIZIONI
Le recenti dinamiche del conflitto in Medio-Oriente sono state contraddistinte da diverse dichiarazioni, che non hanno trovato un quadro di conferma globale.
Nel weekend del 21 marzo, Trump ha lanciato un ultimatum di 48 ore a Teheran. La richiesta era la riapertura completa e incondizionata dello Stretto di Hormuz, pena l’attacco e la distruzione delle centrali energetiche ed elettriche iraniane.
- A seguito della minaccia i prezzi del petrolio si sono attestati su livelli di forte tensione, oscillando stabilmente tra i 108 e i 110 dollari al barile per il timore di uno stop totale alle forniture del Golfo.
I vertici militari e i Pasdaran hanno risposto all’ultimatum dichiarando che se gli Stati Uniti avessero colpito le infrastrutture energetiche iraniane, l’Iran avrebbe colpito tutte le infrastrutture e le basi statunitensi nella regione.
- Questa dura contro-risposta ha blindato il cosiddetto “premio al rischio” sul greggio. Gli investitori hanno capito che un eventuale attacco avrebbe scatenato una guerra energetica totale, lasciando i prezzi inchiodati su valori elevati per la paura di un coinvolgimento dell’intera regione.
Poco prima della scadenza dell’ultimatum originario, Trump ha annunciato una tregua temporanea di 5 giorni sugli attacchi alle infrastrutture energetiche, dichiarando che erano in corso colloqui “produttivi” per risolvere le ostilità.
- Tale dichiarazione ha indotto un brusco crollo del prezzo del Brent, scendendo da quasi 110 dollari a circa 91 dollari al barile in pochissimo tempo.
Successivamente tramite un post su Truth Social, il presidente statunitense ha esteso la pausa degli attacchi alle centrali energetiche di altri 10 giorni, fissando la nuova scadenza per lunedì 6 aprile 2026.
- L’alternanza di “no” e controproposte ha mantenuto il mercato in una fase d’attesa. Il prezzo si è stabilizzato senza crollare ulteriormente, riflettendo lo scetticismo degli investitori sull’effettivo esito dei negoziati
Il ministero degli Esteri iraniano e i media di stato hanno bollato le dichiarazioni di Trump su presunti negoziati diretti come “guerra psicologica” per prendere tempo e calmierare i mercati energetici. Hanno ribadito che non ci sono stati colloqui diretti, pur ammettendo lo scambio di messaggi indiretti tramite paesi mediatori come il Pakistan.
Negli ultimi giorni, gli Stati Uniti hanno presentato un piano di cessate il fuoco in 15 punti (che include la rinuncia al nucleare e lo sblocco di Hormuz). L’Iran ha finora respinto la proposta originale avanzando delle controproposte tramite canali pakistani.
Infine Sabato 28 marzo 2026, il portavoce militare Yahya Saree ha dichiarato che il gruppo Houthi è “ufficialmente in guerra” a fianco di Teheran, lanciando i primi missili balistici direttamente contro Israele. Essi rappresentano un serio pericolo per la stabilità dei prezzi energetici, in quanto potrebbero indurre un blocco nel passaggio di Bab el-Mandeb, dove transita circa il 10% del petrolio mondiale.
- La paura di un “doppio blocco” (Hormuz + Bab el-Mandeb) ha fatto immediatamente risalire i costi di trasporto marittimo e ha rimesso le ali ai prezzi del petrolio, azzerando buona parte dei ribassi ottenuti con la tregua di Trump (prezzo di apertura di questo inizio settimana a circa 107 dollari).
Le prospettive di WB ADVISORS
Le quotazioni stanno subendo forti oscillazioni a seguito di notizie frammentarie e spesso contraddittorie. Sebbene alcuni operatori ipotizzino un’impennata dei valori, la nostra analisi suggerisce uno scenario differente. Riteniamo infatti che i prezzi si muoveranno all’interno di un trading range compreso tra i 92 e i 120 dollari; non prevediamo che il mercato possa spingersi stabilmente oltre la soglia di 120, fatte salve possibili fiammate speculative di breve periodo legate a singoli eventi critici.

IL DOLLARO COME RISERVA DI VALORE
L’andamento del cambio Euro-Dollaro in questa fase di guerra riflette fedelmente la fuga verso la sicurezza degli investitori, con il biglietto verde che ha riaffermato con forza il suo ruolo di bene rifugio primario. Ogni escalation del conflitto o minaccia di blocco degli stretti ha spinto i capitali fuori dall’Eurozona verso la moneta statunitense. L’Euro appare particolarmente vulnerabile poiché l’economia europea è la più esposta allo shock energetico derivante dalle minacce a Hormuz e Bab el-Mandeb; il rischio di una paralisi dei commerci e di un’impennata dell’inflazione zavorra le prospettive di crescita dell’Unione, limitando il raggio d’azione della BCE rispetto alla Federal Reserve. Noi di WB advisors avevamo previsto tale rafforzamento, i nostri clienti del servizio premium Riskoo avevano ricevuto indicazioni su tali obiettivi di prezzo a partire dall’estate del 2025, come evidenziato nell’articolo di gennaio 2026. In tal senso, continuiamo a sostenere un rafforzamento del dollaro, individuando come livello fondamentale l’area 1,1405, la cui rottura aprirebbe la strada a ulteriori apprezzamenti del biglietto verde, portando il cambio verso il target d’area 1,10 – 1,11.
