INFLAZIONE USA E FED – Driver della giornata sarà il dato sui prezzi al consumo di dicembre negli Stati Uniti, visti in ulteriore aumento a +7% tendenziale dal +6,8% del mese prima. Una lettura così forte sembra destinata ad alimentare le aspettative di un rialzo dei tassi di interesse a breve da parte della Fed, con ricadute sull’obbligazionario nella zona euro.
L’intervento del presidente della Fed Jerome Powell all’audizione sul suo nuovo mandato davanti alla Commissione banche del Senato non ha fornito sostanziali novità. Powell ha detto che la banca centrale Usa impiegherà tutti gli strumenti a sua disposizione per far scendere l’inflazione, e che quest’anno andrà verso una normalizzazione della sua politica data la ripresa dell’economia.
Sempre ieri Raphael Bostic, presidente di Fed Atlanta, ha detto che con l’inflazione alta e la forte ripresa in atto la Federal Reserve dovrà effettuare almeno tre rialzi quest’anno, a partire da marzo, e garantire una rapida riduzione degli asset per drenare la liquidità in eccesso dal sistema finanziario.  Su posizioni analoghe Loretta Mester ed Esther George, presidenti di Fed Cleveland e Fed Kansas City.

BCE – Nonostante l’approccio ‘dovish’ di Francoforte, anche qui i rischi legati all’inflazione restano un tema centrale. Il nuovo presidente della Bundesbank Joachim Nagel, in occasione della cerimonia di insediamento, ha voluto sottolineare che l’aumento dei prezzi della zona euro non è del tutto temporaneo e i rischi tendono verso letture più alte del previsto. Allo stesso evento, la presidente Christine Lagarde ha cercato di rassicurare i cittadini europei che la Bce stabilizzerà l’inflazione.

Pensiamo che poco possano fare le banche centrale per raffreddare l’inflazione se l’establishment non interviene sul processo di transizione energetica adeguandolo alle filiere di produzione.

L’energia sta tenendo a galla tutti i prezzi delle commodity industriali legati a doppio filo ai costi di estrazione e produzione.