GUERRA VALUTARIA - CURRENCY WAR

QUANTO  E’ ELEVATO IL RISCHIO CHE SI APRA UNA GUERRA VALUTARIA NEL MONDO?

La Cina, pur negando le evidenze, ha consentito che il rapporto di cambio usd cny varcasse quota 7  armando i mercati e probabilmente alzando il livello di condizione di prontezza difensiva di molte banche centrali (defense readiness condition) al II° grado della scala di rischio, esattamente come avevamo anticipato nei nostri market mover di inizio maggio.

L’evento ha riacceso, sulla scena mediatica,  la discussione sul rischio che gli Usa possano dare seguito alla svalutazione competitiva indebolendo il dollaro.

Agli inizi della mia esperienza professionale ho assistito alla svalutazione del biglietto verde dopo gli accordi del Plaza del 1985. L’allora G5 (Stati Uniti, Inghilterra, Giappone,  Germania e Francia) raggiunse al Plaza un accordo per intervenire e svalutare la divisa americana.  L’accordo seguiva un periodo di almeno 7 anni di rafforzamento del dollaro nell’ordine del 60% ponderato sulle altre divise.  L’apprezzamento del tasso di cambio fu la conseguenza diretta della linea di policy monetaria (disinflation) voluta da Paul Volcker allora Governatore della Fed.  Successivamente il G5 ritornò a riunirsi al Louvre (febbraio 1987) per disinnescare la debolezza del dollaro. Si stima che le banche centrali impiegarono in quell’operazione un controvalore di 10 miliardi di dollari.

Vi furono in seguito altri interventi concertati dalle banche centrali per sostenere il dollaro dopo le grandi svalutazioni in Europa della lira e soprattutto della sterlina nel 1992.

Da allora il Dollar Index si apprezzò da un min di 78 al max di 120 nel 2002, fissando un nuovo minimo nel 2008 a 70, livello dal quale oggi leggiamo un nuovo ciclo espansivo del paniere e che sta spingendo il Presidente Trump a tweet-tare giorno dopo giorno denunciando l’eccessiva forza del dollaro.

La denuncia evoca una possibile riedizione degli accordi del Plaza. E’ bene tuttavia sottolineare che, a differenza di allora, la linea politica seguita dai partner e dalla Cina è orientata allo sviluppo del commercio estero. Il modello di crescita di tutti i paesi che oggi beneficiano della debolezza della propria divisa è basata su un’architettura export oriented. Per indebolire una divisa è inotre necessario impostare (a) una linea di policy monetaria accomodante, (b) una linea fiscale restrittiva con (c) riflessi penalizzanti sui consumi domestici.

Al momento, negli Stati Uniti, abbiamo avuto un primo (minuscolo) taglio dei tassi, mentre la politica fiscale rimane altamente stimolativa (Trump ha promesso ulteriori stimoli in caso di rielezione), i consumi interni, che contribuiscono per 2/3  alla crescita del GDP, risultano al momento in crescita.

Al contrario, nelle aree che detengono al momento divise deboli, le tre leve indicate risultano speculari alle condizioni rilevate negli USA.

Difficile quindi che si possa aprire un cantiere diplomatico che possa portarci ad una riedizione del Plaza.

Ciò spinge la Casa Bianca ad incalzare il Board della Fed a tagliare i tassi per diminuire il carry sulle operazioni speculative a favore del dollaro. Abbiamo già affrontato questo tema in precedenza. L’attuale incidente, volutamente provocato sui mercati azionari, spinge la Riserva Federale ad intervenire in tal senso.

Il dollaro rimarrà ancora al centro delle attenzioni di Trump, tuttavia non credo che sia negli interessi degli USA avere un cambio svalutato. Le ragioni sono riconducibili al lavoro di recupero di una centralità nello scacchiere  geopolitico, nonché nella necessità  mantenere elevati i flussi di capitale che convergono verso il mercato dei bond governativi USA.

In un momento in cui Cina Russia ed India, uniti ad altre aree di peso intermedio,  vogliono assumere anche in campo valutario un ruolo da comprimario (vedi alternative al sistema Swift ed il rilancio di banche sovranazionali nell’area del Pacifico),  gli Stati Uniti hanno il bisogno di salvaguardare la centralità del dollaro sia negli scambi internazionali che nelle quotazioni delle materie prime.

Ciò non significa che la linea di Trump sia intellegibile ad occhio nudo. I ripetuti attacchi su livelli tecnici presenti sui mercati costituiscono da un lato verifiche e collaudi sulla tenuta del dollaro, dall’altro l’estenuante braccio di forza tra le varie banche centrali che, pur giocando su un piano politico e mediatico, con discrezione manovrano le leve monetarie su linee di interesse specifiche.

Al momento il segnale più forte che possa far alzare il livello di allerta a defcon 1 è nelle opzioni del Presidente Trump: la richiesta al Congresso di sottoporre ad una questione di Sicurezza Nazionale il comportamento del dollaro. Questa opzione gli consentirebbe di manovrare direttamente le sue sorti costringendo la Fed a usare i propri strumenti per vendere dollari.

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DOLLAR INDEX

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