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LA GUERRA GLOBALE DELL’EXPORT

LA GUERRA GLOBALE DELL’EXPORT

La guerra è di somma importanza per lo Stato: è sul campo di battaglia che si decide la vita o la morte delle nazioni, ed è lì che se ne traccia la via della sopravvivenza o della distruzione. Dunque è indispensabile studiarla a fondo.  Siamo in guerra. Non c’è un nemico definito tale, ci sono invece influenze per raggiungere obbiettivi. Le influenze sono linee e strategie politiche; obbiettivi sono la leadership globale. I mezzi sono il commercio mondiale, la finanza, i flussi di capitale, le monete.

La maggior parte degli stati nel mondo ha fondato i principi economici del proprio sviluppo sull’export. L’enfasi maggiore verso cui si è concentrato il processo di crescita di molti paesi è stata data dall’intensa attività organizzativa verso l’internazionalizzazione dei propri affari.

L’Europa, la Germania e l’Italia, giocano su questo piano da almeno un decennio. Certamente hanno fatto del loro modello di sviluppo una macchina produttiva orientata esclusivamente verso l’export.  La Germania ha fatto leva sulle proprie virtù organizzative e qualitative rendendola  competitiva su più fronti, l’Italia sulla qualità, flessibilità, innovazione di prodotto a cui fa perno l’esclusività.

La Germania ha fatto leva sul rapporto di competitività etero vestendo la propria moneta, il Deutsche Mark  da Euro, l’Italia ha subito la traslazione di una moneta sostanzialmente debole, la Lira, verso una più forte l’Euro.

Per tutti i paesi organizzati su modelli di sviluppo orientati all’export, gli Stati uniti hanno rappresentato il mercato target verso cui vendere i propri prodotti. Gli Usa hanno promosso il loro ruolo di recettore centrale fintantoché gli equilibri geopolitici hanno loro consentito di influenzare il mondo.

La crescita del commercio globale nell’ultimo ventennio ha tuttavia modificato tali equilibri determinando scompensi se non addirittura contrasti ed instabilità. I fattori che hanno concorso a  modificare l’ambiente geopolitico sono riconducibili in origine alla dissoluzione dell’impero sovietico, l’unificazione delle due Germanie ed all’ingresso senza condizioni della Cina  al WTO.

Gli USA hanno perso con progressività il loro ruolo di global regulator, mentre gli altri blocchi costituiti in faglie tettoniche hanno via via minacciato tale ruolo grazie al loro rafforzamento economico. La minaccia è tale da mettere a rischio il ruolo di regolatore centrale del dollaro. La moneta è l’organo che determina l’andamento delle variabili di controllo automatico del sistema. Ogni controllore, per agire in maniera opportuna sul processo, deve necessariamente avere delle informazioni sul segnale di riferimento o eventualmente anche sul disturbo. Se tali informazioni sono  parziali si ricorre ad un osservatore dello stato che produce una stima delle variabili controllate istante per istante. Siamo esattamente in questo frame. Le variabili controllate non reagiscono più come un tempo. Siamo quindi all’interno di un confronto serrato, chiamatelo guerra se volete, ma di questo si tratta un confronto.

L’obiettivo del controllore, gli Stati uniti, nell’esercizio dell’azione di controllo, è quello di far sì che l’andamento delle variabili controllate non si discosti troppo dall’andamento del segnale di riferimento stesso.

Donald Trump quando ha deciso di avviare questa verifica paventando una guerra, in realtà induce i partner commerciali, alleati politici a riallinearsi al controllore attraverso opportune provocazioni operate su più livelli a partire da quello economico: moneta, dazi, protezionismo imponendo accordi bilaterali che partono da imposizioni asimmetriche.

Del resto viviamo in una democrazia asimmetrica e caotica, non c’è più un ordine definito tra le iperpotenze. Donald Trump vuole ristabilirlo partendo da dove gli Usa si erano persi la centralità economica, politica e militare.

I dazi rappresentano una delle armi di distruzione economica sistemica, il dollaro debole la leva su cui mettere fuori competizioni intere aree economiche.

I generali di D. Trump nel giocare la partita hanno considerato nelle loro decisioni le circostanze favorevoli, analizzando le debolezze di nemici a partner non più fedeli al loro ruolo di subalternità. Verso L’Unione, così come è stato per i paesi del Nafta, si sono attivate le minacce sui dazi in un confronto inizialmente duro per ridimensionarne la portata una volta aperte le trattative. Così sta accadendo per la Corea del Sud, la Cina.

L’esenzione strappata dall’Unione Europea la  settimana scorsa dai dazi su acciaio (25%) e alluminio (10%) segue la linea. Le controparti richieste dagli USA vanno oltre l’estensione di impegni commerciali. Riguardano nuovi impegni sul budget Nato, nuova solidarietà politica sul fronte USA Russia.

Rimane ancora aperta invece la questione sui cambi. L’eur usd quota da inizio anno a ridosso dell’area 1.25 con variazioni che, nell’elasticità della domanda e dell’offerta, fluttuano all’interno di una banda compresa tra 1.22 ed 1.25.

Sotto il profilo tecnico il break up di 1,25 apre una nuovo finestra operativa per i mercati. Nell’eventualità, le stime proiettano i prezzi in direzione di area 1.33/1.35. Per l’Europa sarebbe un danno inestimabile sotto il profilo della competitività.

Per tale riconosciuta ragione i corsi rimangono circoscritti al di sotto del livello critico esercitando comunque una forte spinta persuasiva verso i governi europei che in qualche misura sono chiamati ad allinearsi alla linea della Casa Bianca.

Secondo la nostra lettura ed interpretazione degli eventi,  un eventuale riadeguamento dell’UE verso gli Usa, produrrebbe i necessari segnali propedeutici ad un ammorbidimento del cambio. In tal senso il segnale che funzionerebbe da trigger per nuove significative vendite di euro coincide con il break out di area 1.2335 & 1.22 eur usd. L’evento produrrebbe un ritracciamento del rialzo performato dall’eur usd negli ultimi 9 mesi, riposizionando il cambio in area 1.18/1.16. (Nel grafico abbiamo evidenziato i possibili percorsi che l’eur usd coprirebbe nelle due opzioni).

E’ vitale quindi per il consolidamento della ripresa in Eurozona che l’eur usd avvii un’azione riflessiva. I recenti indici di fiducia, a partire dai dati PMI Markit, hanno palesato una perdita di momentum nel sentiment delle imprese. La caduta dei livelli di fiducia non è certamente sfuggita ai responsabili di governo, tanto meno alla BCE.

E’ del tutto evidente che ci troviamo in un periodo di transizione in cui l’ordine mondiale sta passando dall’essere dominato dagli Stati Uniti ad essere multipolare. I poteri precostituiti stanno giocando la loro carta per non perdere il primato, così come  i nuovi poteri giocano la loro esercitando l’intramontabile fascino dell’attrattiva economica.

EUR USD LONG TERM CYCLE
EUR USD LONG TERM CYCLE
  • USA TRADE VERSUS WORLD 2016
EXPORT TO VALUE IMPORT FROM VALUE
Australia $22.21B
Belgium $32.27B Belgium $17.46B
Brazil $30.30B Brazil $27.18B
Canada $265.93B Canada $283.31B
Chile $12.94B
China $115.78B China $481.72B
Colombia $13.10B Colombia $14.43B
France $32.44B France $47.83B
Germany $49.16B Germany $116.40B
Hong Kong $34.89B
India $21.69B India $47.71B
Indonesia $20.15B
Ireland $45.70B
Israel $13.20B Israel $22.64B
Italy $16.75B Italy $46.55B
Japan $63.26B Japan $135.27B
Malaysia $11.87B Malaysia $37.39B
Mexico $230.96B Mexico $296.86B
Netherlands $40.37B Netherlands $16.72B
Russia $15.26B
Saudi Arabia $18.02B Saudi Arabia $18.01B
Singapore $26.84B Singapore $18.03B
South Korea $42.27B South Korea $71.93B
Spain $10.37B Spain $14.01B
Switzerland $22.62B Switzerland $36.87B
Thailand $10.57B Thailand $30.47B
United Kingdom $55.39B United Kingdom $55.21B
United Arab Emirates $22.38B Vietnam $43.77B
WTO WORLD TRADE UE VERSUS CHINA

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